Il nucleare del Governo Meloni – Giorgio Ferrari

Pubblichiamo un articolo a firma di Giorgio Ferrari, perito nucleare, esperto in progettazione e costruzione di impianti nucleari.

A metà dell’iter avviato dal governo per stabilire il quadro giuridico per la reintroduzione del nucleare in Italia, questo articolo parte da una breve disamina storica di composizione e sfide del movimento antinuclearista tra gli anni 70 e 80 in Italia, ed entra nel merito di quelli che sono invece i piani attuali del governo, smontando pezzo per pezzo il DdL nucleare che ancora il Governo si ostina a definire “sostenibile”.

Continuiamo a dotarci degli strumenti per portare avanti la lotta contro questa ipotesi funzionale alla propaganda governativa, agli interessi privati e al progetto strategico europeo.

Buona lettura.

Il governo Meloni punta a ripristinare il nucleare nel nostro paese. Per la terza volta in cinquanta anni cittadini e cittadine saranno coinvolti in un dibattito che nelle precedenti occasioni (1987 e 2011) li ha visti schierarsi nettamente contro il nucleare. Ma sarebbe un errore pensare che anche in questa circostanza, ove mai si svolgesse un altro referendum, si otterrebbe il medesimo risultato perché, anche se le problematiche insite in questa tecnologia non sono state risolte, il contesto generale è sensibilmente cambiato e dunque è necessario che i no-nuke ne tengano conto.

In Italia le forze iniziali impegnate nella questione nucleare erano piuttosto esigue comprendendo Dp, Italia nostra, Amici della Terra, WWF, Partito radicale (con una posizione incerta) oltre agli “autonomi”, ai quali si deve l’aver conferito al movimento antinucleare una dimensione di massa a partire dal 21 marzo 1977, dove confluirono a Montalto di Castro decine di migliaia di manifestanti.

Tuttavia le cose non furono semplici neanche allora. Dal 1976 al 1986 il movimento antinucleare fu accusato di essere antiscientifico, regressivo e senza progetto, sia da parte della stragrande maggioranza dei partiti dell’arco costituzionale, sia dai maggiori esponenti della comunità scientifica e delle stesse organizzazioni sindacali. Il PCI insieme ai dirigenti della Fiom erano tra i più convinti sostenitori del nucleare e fu solo dopo l’incidente di Chernobyl del 1986 che iniziarono i ripensamenti che poi, con la crisi del governo Craxi nel febbraio 1987 e successive elezioni, indussero PCI e DC a dare indicazione di votare sì al referendum di novembre.

Nel 2011 le cose furono più semplici, stante la crisi di mercato del nucleare a livello internazionale (pochissimi ordinativi per nuovi impianti), a cui l’incidente di Fukushima inferse un colpo mortale.Oggi la questione si ripropone in termini diversi non tanto perché il “nuovo” nucleare ha risolto i problemi del vecchio (sistemazione dei rifiuti, probabilità di incidenti, basso rendimento, elevati costi di investimento e manutenzione), quanto per le condizioni al contorno che sono influenzate da diversi fattori. Fra questi il più evidente è rappresentato dalla transizione energetica così come concepita dagli accordi internazionali ed in particolare nel green deal europeo.

L’indirizzo di abbandonare i combustibili fossili a tappe forzate ha fatto da viatico al ritorno del nucleare assumendo forzosamente che le emissioni ad esso collegate sono prossime allo zero (ma questo è vero solo per il funzionamento delle centrali nucleari, non per l’intero ciclo nucleare). Contestualmente si è assimilato il nucleare alle fonti rinnovabili (su pressioni della Francia e della lobby nucleare) che quindi rientra nelle tecnologie finanziabili con i fondi europei. Né si può ignorare l’imponente opera di restyling che il comparto nucleare mondiale ha messo in atto per accreditare questa tecnologia presso l’opinione pubblica: il nuovo nucleare è bello perché è piccolo, sicuro, non inquina, non deturpa il paesaggio come l’eolico, occupa poco spazio e, capolavoro dei capolavori, non pretende di sostituirsi alle altre fonti di energia ma di integrarle.

Un approccio sobrio, convincente, che non a caso è penetrato trasversalmente negli strati sociali di diverse età, specie se dotati di strumenti conoscitivi (che non significa necessariamente bene informati) a cui, tra l’altro, comincia a stancare un certo tipo di ambientalismo elitario e supponente.

Il nucleare del governo Meloni

L’idea che il nucleare rappresenti l’opzione giusta e necessaria ad integrare lo sviluppo delle energie rinnovabili nella transizione energetica è un fatto ormai consolidato nell’ambito delle politiche nazionali di molti paesi oltre che nei programmi dell’Unione europea.

Tuttavia, nonostante la strabordante propaganda in favore di questa tecnologia, definita di volta in volta sostenibile, nuova, sicura etc, la sua concreta realizzazione è ben lungi dal tradursi in pratica, essendo ancora irrisolti i problemi relativi alla sicurezza e al confinamento dei rifiuti, oltre al fatto che questi “nuovi” reattori -anche quando sono proposti in dimensioni e potenze ridotte – hanno costi unitari di costruzione che li pongono fuori mercato, come la stessa Banca d’Italia ha commentato.

Il ddl del governo Meloni è una legge delega che rispecchia questo modo di agire: nessun riferimento concreto alla validità tecnica di questi nuovi reattori, alla loro affidabilità, economicità e realizzabilità, ma solo la predisposizione di un ambito normativo-legislativo per rendere possibile, con procedure semplificate e tempi quanto più ristretti, lo sviluppo e la realizzazione di prototipi e/o di reattori commercialmente affermati, se e quando il mercato sarà in grado di offrirli.Farà pure un certo effetto la creazione di una Joint venture tra Enel, Ansaldo e Leonardo che dovrebbe gestire il rilancio del nucleare italiano, ma è un fatto che – oltre all’impegno finanziario richiesto che nessuno è in grado di quantificare – le competenze tecniche e gestionali per portare avanti questa impresa non ci sono: a meno che non si presenti sulla scena italiana un partner di rilievo che offra le dovute garanzie.

In questo senso, più che gli accordi di collaborazione già in vigore tra Ansaldo ed EDF che sono piuttosto generici, potrebbe rivelarsi decisivo il nuovo corso che Trump ha imposto al nucleare made in USA.Già durante il suo primo mandato Trump aveva dato impulso al rilancio del nucleare, ma i tre ordini esecutivi da lui varati lo scorso maggio 2025 aprono scenari finora inimmaginabili che avranno ricadute anche sul piano internazionale.

Si tratta di una ristrutturazione organica di tutto il settore nucleare che investe il Dipartimento dell’energia (DOE), il Dipartimento della Difesa (DOD), l’EPA (ente di protezione ambientale) e soprattutto la NRC (l’agenzia per la sicurezza nucleare).Innanzitutto si rimprovera alla NRC di aver ostacolato la realizzazione di nuovi impianti nucleari applicando una eccessiva rigidità dei criteri di sicurezza che avrebbe scoraggiato gli investitori. La NRC, dice Trump, deve promuovere l’energia nucleare non ostacolarla: di qui una serie di indirizzi che rappresentano una vera e propria deregulation delle procedure fin’ora applicate.

Le nuove licenze , che riguardino reattori sperimentali o di tecnologia consolidata, devono avere una prassi semplificata ed accelerata. Semplificata riguardo alle prescrizioni e/o vincoli di natura ambientale che sono di competenza dell’EPA, accelerata perché si impone alla NRC di rilasciare la licenza di esercizio entro 18 mesi dalla presentazione della domanda (precedentemente non esisteva vincolo temporale) e di 12 mesi nel caso di rinnovo della licenza richiesto dall’esercente.Tutti i progetti, anche quelli di natura sperimentale, devono essere validati in tempi estremamente brevi e certi, tanto più se godono dell’appoggio del Dipartimento della difesa (DOD) e del Dipartimento dell’energia (DOE) il quali possono costruire impianti nucleari sui siti di loro appartenenza senza alcuna approvazione specifica da parte della NRC.

La NRC dovrà adottare limiti di radiazioni diversi dagli attuali riconsiderando la dipendenza dal modello lineare di no-threshold (LNT) per l’esposizione alle radiazioni e da quello ALARA (As Low As Reasonably Achievable, cioè quanto più basso ragionevolmente raggiungibile, considerati troppo restrittivi. Nel riconsiderare tali limiti, la NRC si consulterà con il Dipartimento della Difesa (DOD), il Dipartimento dell’Energia (DOE) e l’Agenzia per la protezione dell’ambiente.

Si impone una riforma strutturale del Dipartimento dell’energia (DOE) che deve sviluppare al massimo “i reattori di prova qualificati”. Per reattore di prova qualificato si intende un reattore avanzato che soddisfa le soglie stabilite dal Dipartimento, sufficienti a dimostrare che, dal punto di vista dello sviluppo tecnico e del supporto finanziario, il reattore può essere facilmente operativo entro due anni dalla data di presentazione di una domanda sostanzialmente completa.

Il DOE dovrà rivedere tutte le norme in materia di prescrizioni ambientali con l’obiettivo di accelerare e semplificare l’iter autorizzativo.Lo scopo di questa imponente ristrutturazione è dichiarato senza mezzi termini da Trump e consiste nel ripristinare il primato mondiale degli USA nella tecnologia nucleare attraverso una politica aggressiva che sul piano interno prevede di passare dagli attuali 100 Gw di potenza nucleare installata a 400 GW entro il 2050, mentre sul piano internazionale si punta ad esportare la tecnologia nucleare USA incentivando le società nucleari americane a diventare partner privilegiati nelle scelte nucleari dei paesi alleati degli Stati Uniti.

Quest’ultimo aspetto richiama un punto specifico del disegno di legge delega del governo Meloni e precisamente il paragrafo l dell’Art.3 dove è scritto: “previsione di specifici regimi amministrativi per il riconoscimento di titoli abilitativi già rilasciati dalle competenti autorità di uno Stato membro dell’Agenzia per l’energia nucleare (NEA) dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico o di uno Stato con il quale sono stati stipulati accordi bilaterali di cooperazione tecnologica e industriale nel settore nucleare e ferme restando le competenze dell’Autorità di cui alla lettera dd)”.

In pratica qualora un progetto di reattore venga licenziato in un paese membro della NEA (Agenzia per l’energia nucleare la quale è un organismo intergovernativo creato in seno all’OCSE, di cui fanno parte, tra gli altri, sia Italia che gli Stati Uniti) questo progetto beneficerà in Italia di un iter autorizzativo semplificato.

Oggi come oggi se dovessi fare un pronostico direi che il reattore candidato ad aprire il nucleare del governo Meloni è il BWR X-300 della General Electric che dal punto di vista tecnologico non rappresenta assolutamente una novità ma rientra nella categoria degli SMR solo perchè ha una taglia da 300 Mw.

A suo tempo il ministro Pichetto Fratin ha ipotizzato uno scenario niente affatto conservativo dato che si prevedono: 400 Mw elettrici al 2035; 2000 Mw al 2040; 3500 Mw al 2045 e 8000 al 2050, vale a dire la messa in funzione di oltre 500 Mw all’anno in 15 anni che costituiscono un programma assolutamente irrealistico.

Ma di quali reattori si tratterebbe? Qui Pichetto Fratin ha riproposto tutta la vulgata generalista che indica nei reattori SMR (che sta per Small modular reactors) la soluzione nuova, sicura ed economicamente vantaggiosa della tecnologia nucleare, senza mai fornire un dato numerico o quantitativo che consenta una effettiva valutazione di questi conclamati vantaggi.

Sulla reale consistenza di questi attributi degli SMR rimando per brevità a questo articolo (https://www.pressenza.com/it/2022/09/come-orientarsi-di-fronte-alla-ennesima-campagna-in-favore-del-nucleare/) per cui mi limiterò a sottolineare che l’unico progetto di SMR finalizzato a tutt’oggi, quello della società NuScale negli Stati Uniti, è fallito: partito nel 2014 con l’idea di costruire 12 unità da 50 Mw per un costo di 3 miliardi di dollari, il progetto è arrivato a costare 9,3 miliardi nel 2023 con una potenza addirittura inferiore, il che ha fatto letteralmente scappare i committenti dell’impianto.

Quanto all’iter normativo-legislativo previsto dal Governo, c’è veramente di che preoccuparsi. La legge delega è composta da 4 articoli: nel primo si dà mandato totale al Governo di fare i decreti attuativi entro 24 mesi dall’approvazione della legge delega senza passaggi parlamentari, ma solo nelle commissioni riunite di camera e senato; mandati che, peraltro, il governo può anche reiterare nel tempo. Nel secondo articolo si mette mano a tutta la normativa esistente in materia nucleare, sia dal punto di vista autorizzativo che dei contenuti tecnologici. Le centrali nucleari diventano opere di interesse nazionale, per cui saranno soggette ad autorizzazione unica (quella del governo) fatta salva la procedura di Valutazione di impatto ambientale (non abrogabile in quanto prevista dalla normativa europea). Si introduce il concetto di “titolo abilitativo integrato” alla costruzione ed esercizio degli impianti nucleari (compresa la fabbricazione del combustibile nucleare) rilasciati dal ministero dell’ambiente anche sulla base di abilitazioni che, come detto sopra, siano state ottenute in altri stati membri della NEA (che è un organismo politico) tendendo in pratica ad una standardizzazione internazionale delle autorizzazioni tecniche per le centrali nucleari. Infine nel mentre si prevedono sostanziali incentivi alla produzione di energia da fonte nucleare, si rimanda sine die il completamento del deposito nazionale per i rifiuti radioattivi, fatto che costituisce una seria minaccia alla sicurezza degli attuali depositi temporanei, primo fra tutti quello di Saluggia.

Questo dunque il quadro di riferimento sintetico che ci troviamo di fronte che, a mio avviso, non deve essere affrontato ne facendo leva sulla “paura da nucleare”, né magnificando (per contrapposizione) le energie rinnovabili perché in entrambi i casi si rischia il rigetto per eccesso di demonizzazione e il diavolo, spesso, finisce per non apparire così brutto come lo si dipinge. Il nucleare va descritto e criticato per quello che è: una tecnologia obsoleta, poco efficiente, complicata da gestire e soprattutto costosa, che farà aumentare il costo del kwh in bolletta sia per i costi di investimento, sia per quelli relativi allo smaltimento dei rifiuti, ma soprattutto il nucleare rappresenta un ipoteca sul futuro delle prossime generazioni che si troveranno, loro malgrado, a gestire un lascito di cui avrebbero fatto volentieri a meno.

Giorgio Ferrari