Voci dalle Eco-resistenze: la lotta del Coordinamento No Triv

In questa seconda puntata della rubrica “Voci dalle Eco-Resistenze” – che raccoglie interviste, parole e racconti delle lotte ambientaliste da tutta Italia – intervistiamo Francesco del Coordinamento Nazionale No Triv, realtà che da oltre un decennio si oppone alla devastazione causata dalle politiche estrattive e al ricatto occupazionale costruito attorno al petrolio in Basilicata, uno dei territori più colpiti dagli interessi delle multinazionali del fossile.

In un contesto in cui interi territori sono stati trasformati in “zone di sacrificio”, tra inquinamento di suolo e acque, discariche tossiche, pozzi incidentati e impianti industriali, abbiamo raccolto la sua voce per approfondire la storia del movimento No Triv, i passaggi più significativi di questi anni di lotta e le prospettive di resistenza e convergenza con le tante eco-resistenze che attraversano il paese. Un racconto che intreccia giustizia ambientale, salute pubblica e diritto alla democrazia nei territori, e che si colloca dentro un percorso più ampio di opposizione alla militarizzazione e alla finanziaria di guerra, fino alle mobilitazioni per la Palestina.

Quando nasce il vostro movimento e come organizza le sue prime attività?

Il Coordinamento No Triv nasce come Coordinamento nazionale non a caso in una due giorni nell’estate del 2012 a Pisticci Scalo, in Val Basento, in provincia di Matera, luogo soggetto dagli anni sessanta alle conseguenze dell’imposizione delle politiche estrattive quale miraggio occupazionale per contrastare gli intensi flussi migratori. I territori di Pisticci, Ferrandina, Salandra, oggi sono devastati, occupati da residue attività estrattive, dal primo Centro Oli, nonchè dalla presenza di Tecnoparco SpA, che tratta schifezze tossiche inviate da tutta Italia ed anche dall’estero, nonché “tubo digerente” del sistema petrolifero. Siamo insomma nel cuore del SIN Valbasento (gemello lucano del SIN Tito), dove si celebra la coniugazione tra “monnezza” di ogni tipo e petrolio, ai danni delle acque del Basento e dove bovini ed ovini al pascolo si devono accontentare delle “aree no food”.

In questo scenario oltre una settantina di associazioni provenienti da numerose regioni ebbero l’opportunità di materializzare una già esistente spinta spontanea dal basso dei comitati di lotta contro le richieste di autorizzazione finalizzate alle attività di ricerca e di coltivazione di idrocarburi in terra e in mare.

In termini larghi allora giocavano gli effetti della coniugazione tra crisi finanziaria internazionale e scelte normative nazionali volte a facilitare l’illusione di facili e veloci introiti fiscali statali legati alla trasformazione del Welfare State in Estractive State.

Al centro del confronto dei gruppi di lavoro l’organizzazione di una prima campagna comune per contrastare il famigerato art. 16 dell’ex “decreto per le Liberalizzazioni”, gli artt. 35 e 38 del c.d. “decreto sviluppo” (Dl 83,ora L 134/2012); la bozza di SEN (Strategia Energetica Nazionale); la prima bozza di revisione costituzionale del Tit. V. La convergenza letale delle prospettive delineate nel 2012 da siffatto pacchetto normativo ha rappresentato la principale leva per convincere realtà isolate a livello provinciale o al massimo regionale ad incontrarsi per tentare di contrastare l’accelerazione allo stravolgimento della forma Stato nel nostro paese in senso centralista ed autoritario improntata a nuove forme di estrattivismo minerale e fiscale.

La nascita del Coordinamento Nazionale No Triv non ha quindi natura esogena rispetto ai coordinamenti e alle reti locali e interregionali sviluppatisi dal basso nel corso dell’ultimo decennio nel nostro paese.

Solo l’anno precedente si era celebrata in Italia una coinvolgente ed appassionata campagna referendaria per affermare il diritto all’acqua quale bene comune, per sottrarre questo bene alla privatizzazione ed al profitto e per riaffermare (per la seconda volta dopo il 1987) in maniera chiara ed inequivoca il no all’opzione nucleare.

L’ossatura della composizione soggettiva dei movimenti che, in quella campagna referendaria, dal basso hanno saputo con caparbietà collegare, controbattere, unire, garantire presenza capillare sui territori, spendendosi con intelligenza ed efficacia, pur nella totale scarsità delle disponibilità economiche, fino alla vittoria, col raggiungimento e addirittura con un ampio superamento del quorum richiesto, anche per i No Triv era sostanzialmente la stessa.

Emblematico in tal senso l’incontro a carattere nazionale che si ebbe a Roma nel Novembre 2012 tra il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua ed il neonato Coordinamento nazionale No Triv, in cui tutti i convenuti ebbero modo di ribadire non soltanto l’evidente complementarietà tra i due movimenti, ma la loro sostanziale e “naturale” integrazione.

Da subito ha trovato articolazione in diverse regioni la campagna “Ambiente, Energia, Salute, Costituzione”, viatico per poter affrontare una battaglia referendaria riguardante in primis proprio l’art. 35 del Dl 83 ora L 134/2012.

 Il primo atto formale del nascente Coordinamento fu una lettera indirizzata a tutti i parlamentari italiani a non convertire in legge l’allora art. 35 del Dl 83. Il Coordinamento ha poi insistito sul piano delle modifiche normative, anche sollecitando proposte di legge parlamentare, nonché partecipando a specifiche audizioni parlamentari. Ha denunciando con costanza sui media e in ogni dove il furbesco aggiramento esercitato dal trio governativo Monti/Passera/Clini finalizzato a garantire ai petrolieri la realizzazione di 25 progetti, come Ombrina in Abruzzo, Vega B nel Canale di Sicilia.

Sia a livello nazionale che locale il percorso seguito dal Coordinamento No Triv è stato lineare e coerente, conducendo già da fine 2012 ed inizi 2013 una campagna pubblica, con assemblee e convegni, in perfetta solitudine, contro i rischi di delegittimazione e sottrazione dei poteri concorrenti Stato/Regioni.

Quali sono stati i momenti più significativi di questi anni di lotta del movimento No Triv?

Le attività del movimento No Triv in Basilicata sono state molteplici. Bisogna tenere presente che già da molto prima del 2012 agivano diversi soggetti in opposizione alle estrazioni: SOS Lucania (che terminò le sue attività ad inizio anni 2000), WWF, OLA Basilicata (che chiuse le sue attività nel 2016 a seguito di minacce), poi il movimento “Mò Basta!”, quindi Mediterraneo No Triv, le associazioni EHPA e Liberiamo la Basilicata, oltre a piccole realtà di comitati locali. Con tutte queste soggettività si è sempre mantenuto un buon livello di dialettica, soprattutto in vista degli appuntamenti più importanti. Sono state organizzate numerose manifestazioni pubbliche in Val D’Agri (prima piattaforma estrattiva di Europa); presidi all’ospedale di Villa D’Agri (unico ospedale a due passi da un pozzo estrattivo), in Val Basento; convegni, assemblee al chiuso e nelle piazze soprattutto nei paesi oggetto di istanze e permessi di ricerca (spesso con relazioni qualificate di geologi e giuristi); mobilitazioni di contrasto alle politiche estrattive a Potenza e davanti la sede della Regione; contestazione della conferenza nazionale dei geologi a Potenza, nonché della ministra Guidi (che si dimetterà all’indomani dell’inchiesta “Petrolgate” per corruzione e traffico di influenze).

Forse il momento più significativo della lotta No Triv in Basilicata resta la manifestazione del 4 Dicembre 2014 contro l’art. 38 del cd “Sblocca Italia” renziano, che mobilitò fino a tarda sera 10.000 persone ai cancelli della sede regionale, con la presenza di numerosi studenti, agricoltori, allevatori, operai, impiegati, con l’ausilio di diversi trattori. Era l’esito atteso a fronte del devastante approccio decisionista dello “Sblocca Italia”, che ha contribuito a mostrare la corda iperliberista  ballando sul baratro del cimitero della democrazia formale e sostanziale. Cortei, manifestazioni in ogni dove, dossier, campagne stampa, efficaci servizi radio e TV; nascita di nuovi comitati territoriali e di nuovi coordinamenti (si pensi a Democrazia e Costituzione), hanno alimentato le proteste. La “questione energetica” (meglio dire i proventi fiscali attesi dalla trivellazione a tappeto), con tutte le conseguenze e le derivate (politiche, economiche, sociali) evidenziate dalle sofferenze dei territori da decenni aggrediti dalle multinazionali del settore, è esplosa in Basilicata e nel paese, ben oltre i confini dei coordinamenti e dei movimenti (territoriali e/o nazionali che siano).

Importanti manifestazioni e presidi si sono tenuti in Val d’Agri (contro episodi esplosivi in torcia al Centro Oli) e sul lago del Pertusillo (che serve 3 milioni di cittadini lucani, pugliesi, della Campania meridionale), soggetto a fenomeni algali e di acidificazione data la vicinanza al Centro Oli). Numerosi i momenti di rilevazione dei campioni (acqua del lago e pesci morti) per elaborazione delle analisi e loro presentazione pubblica. Proprio nell’ambito della diffusione delle analisi elaborate da ARPAB e tenute in un cassetto si è svolta una delle pagine più vergognose del rapporto tra multinazionali estrattive e politica provinciale e regionale, con l’incriminazione e destituzione del compianto tenente di polizia ambientale Giuseppe Di Bello.

 Molto importante, ovviamente, è stata la sollecitazione e quindi lo svolgimento della campagna referendaria (si votò il 17 Aprile 2016) sull’unico quesito rimasto (sulla durata “a fine vita utile dei giacimenti”, visto che gli altri erano stati assorbiti dalla legge di bilancio) del cosiddetto “referendum No Triv”, che portò al voto oltre 13 milioni e mezzo di cittadini e che vide la sola Basilicata superare il quorum.

Manifestazioni, presidi, convegni, si sono svolti a Corleto Perticara (paese che ospita ad oltre 1.000 metri il Centro Oli “Tempa Rossa”, nell’ambito del permesso Total/Shell/Mitsui “Gorgoglione”). Una partecipatissima assemblea nell’estate del 2018 (presente oltre la metà della popolazione del piccolo paese) a Guardia Perticara (considerato tra i borghi italiani più belli..) favorì la raccolta firme contro il raddoppio della discarica SEMATAF (la discarica di fanghi petroliferi disidratati più grande di Europa).

 Dal 2017 seguiamo con presidi all’ingresso del Tribunale di Potenza i processi “Petrolgate” (il primo grado del Petrolgate 1 per traffico di rifiuti, corruzione e contraffazione, a marzo 2021, si è concluso con una condanna di Eni; il Petrolgate 2 e 3 sono ora unificati e prendono le mosse dallo sversamento di oltre 400 tonnellate di greggio dai serbatoi del COVA a Viggiano).

Importante la partecipazione attiva al movimento per l’acqua pubblica e contro la neoinsediata meloniana Acque del Sud SpA lo scorso anno, in occasione dell’emergenza idrica che ha colpito in particolare 28 paesi ed il capoluogo Potenza nello schema Basento-Camastra. Il “Comitato acqua pubblica Peppe di Bello” si sciolse tra forti contrasti e dissapori anzitutto a causa delle posizioni ambigue della Cgil e dei suoi satelliti proprio sull’opzione acqua/petrolio, visto che la Cgil, con la triplice sindacale, aveva apertamente parteggiato per l’allaccio del pozzo Pergola 1, che guardacaso si trova a monte di sorgenti allacciate in emergenza siccità.

Tuttavia, non da meno sul piano della effettività, vanno menzionate le silenziose ma costanti e dure battaglie informative e documentali che hanno saputo contrastare diverse istanze di permesso (in particolare Shell ed ENI).

 In particolare eclatante è stata, meno di un anno fa, dopo un decennio di batti e ribatti di progetti, osservazioni, integrazioni, interpellanze, manifestazioni, la bocciatura della richiesta Eni di allaccio e messa in produzione del pozzo “Pergola 1” da parte della CTVIA.

In quali aree della regione si concentrano i pozzi e quali sono i territori più colpiti dalle attività estrattive ? Quali sono le aziende coinvolte e dove si trovano le loro centrali ?

Il disastro ambientale lucano è connesso non solo alle estrazioni petrolifere attuali, ma anche alle attività correlate (desolforizzazione, stoccaggio, reiniezione e trattamento reflui, trasporto) e a tutti i sondaggi petroliferi effettuati in un secolo di attività, che hanno interessato circa 500 pozzi (dall’inizio del ‘900, vedi relazione/decreto Corte dei Conti Regione Basilicata, che nel 2014 ne calcolava 471).

Oltre ai 5 pozzi petroliferi classificati ufficialmente dall’UNMIG come “incidentati”, tra i quali risultano Monte Li Foi, Monte Grosso 1, Policoro 1, Volturino 1 e Alli 1 ( che si trovava in origine sulla stessa postazione del pozzo Alli 2, successivamente riallocato, perforato ed oggi produttivo vicino l’Ospedale di Villa d’Agri), si devono aggiungere il di pozzo Castellana 001, nel territorio di Moliterno ed il pozzo Vallauria 001, nel territorio di Savoia di Lucania.

Il pozzo Vallauria 001 fu perforato nel 1994, fino alla profondità di 407 metri, dalla società Edison, nell’ambito del  permesso di ricerca “Monte La Rossa”, unitamente al pozzo Vallauria 001 bis (risultato sterile, con 4.329 mt di profondità – 1995) che si trova sulla stessa postazione. Con questi ulteriori due pozzi incidentati  sale  a 7 il numero di quelli ufficialmente classificati tali dall’UNMIG. Pozzi che si aggiungono a quelli considerati “sterili/abbandonati” (es. località S. Fele), che sono di fatto monumenti negativi  viventi dell’impatto e della pericolosità per l’ambiente e per la salute a seguito delle attività di perforazione, ricerca, coltivazione petrolifera, già presenti nel territorio della Basilicata, che necessitano di urgente svolgimento di indagini e di attività di bonifica.

La Basilicata ha bisogno infatti di seri piani di attività di bonifica, previa ricognizione ed approfondita analisi delle matrici ambientali, in un territorio fin troppo compromesso da  circa un secolo di attività di intenso sfruttamento.

Ad oggi la Basilicata è una gruviera. Ai 471 pozzi certificati (in provincia di Potenza 270, in provincia di Matera 201) perforati dal 1921 al 2014 bisogna aggiungere gli altri 6 pozzi perforati successivamente nella concessione Gorgoglione (afferenti al Centro Oli Tempa Rossa) ed il pozzo “Pergola 1” di ENI non autorizzato all’allaccio e alla messa in produzione.

I pozzi al 2018 (cioè prima dell’iter normativo del PiTESAI) erano 106; in produzione 39; i non eroganti 58; quelli utilizzati “per altro scopo” (in primis reiniezione dei fanghi) 4; quelli “potenzialmente utilizzati” 6.

Nella nostra Regione sono inoltre presenti ben 39 centrali di raccolta e trattamento, di cui 27 per trattamento di olio greggio; 12 di gas naturale. La Centrale di Raccolta e trattamento più importante ad oggi è quella di Viggiano in Val d’Agri (il c.d. “COVA”, vale a dire “Centro Oli”), che è in sostanza una centrale di preraffinazione, detta di idrodesolforizzazione, che tratta olio e gas proveniente da 25 pozzi, prima che gli idrocarburi vengano inviati tramite 136 km di 5 linee di tubi alle raffinerie di Taranto. Le 5 linee di petrolio e gas vengono utilizzate a giorni alterni dal Centro Oli Tempa Rossa di Total (che raccoglie gli idrocarburi della seconda piattaforma estrattiva europea in terraferma).

Il ciclo estrattivo è altamente impattante, sin dal momento della ricerca, come dimostrano le innumerevoli “campagne”, anche sperimentali, condotte ai danni del territorio lucano con l’uso di linee di cariche esplosive ed agenti chimici.

E’ inquinante nel processo  di perforazione, che per raggiungere a volte i 7.000 metri, implica l’uso di scalpelli con uranio impoverito e fluidi tossici perforanti per lubrificare e poi cementare le pareti del pozzo. E’ inquinante per l’uso di oltre 500 sostanze, la maggior parte delle quali tenute segrete dalle Compagnie.

Si tratta di fluidi che accompagnano l’intera vita del pozzo, che inquinano per anni o decenni il sottosuolo, il suolo, le falde acquifere, producendo ogni giorno diverse tonnellate di fanghi di lavorazione, che devono essere smaltite affrontando costi elevati. Dal 2001 il COVA di Viggiano ha iniettato mediamente, a grande pressione in profondità, usando un pozzo esausto in località Montemurro (“Costa Molina 2”), ben 3.500 metri cubi al giorno di fanghi di perforazione ed acque di strato. Evidenze geologiche (vedi analisi della salinizzazione e di fuoriuscite da Contrada La Rossa testimoniano di un’importante fonte di inquinamento del Pertusillo.

Cosa è realmente accaduto negli innumerevoli pozzi perforati, sterili, sfruttati, abbandonati?

Eni è stata costretta a trasportare con autobotti ogni giorno i fanghi di perforazione a Pisticci Scalo, presso la centrale di trattamento “Tecnoparco” spa, il cui amministratore delegato è stato sotto inchiesta dell’Antimafia insieme ad altri dirigenti, faccendieri, nonché al dirigente di Eni Sud.

Mentre le attività di Tecnoparco legate al ciclo petrolifero erano sospese, le aree dichiarate “no food” in Valbasento si ampliavano di fatto, prima che sulla carta. Molti agricoltori ed allevatori sono stati costretti a chiudere le proprie attività in Val d’Agri, in Valbasento, così come a Corleto, a Guardia Perticara, a Gorgoglione, dove siamo ormai a pieno regime estrattivo, con ulteriori 50mila barili/giorno che si aggiungono ai circa 70 mila estratti in Val d’Agri, il Centro Oli della concessione “Tempa Rossa”.

 Ai pozzi a terra vanno aggiunti gli effetti letali dell’H2S, delle micro particelle volatili, del benzene, di altri prodotti insidiosi ed aggressivi, a volte non riconosciuti nella loro soglia di pericolosità, come i volatili non metanici, che in oltre 20 anni di attività estrattive hanno fortemente contribuito a raddoppiare leucemie, malattie cardiorespiratorie e della pelle, tumori (vedi risultanze della VIS, che ha interessato la popolazione di Grumento e Viggiano, pubblicata nel 2017) .

L’incidenza delle attività estrattive riguarda oggi il 35% del territorio regionale. In caso di accoglimento delle numerose istanze di permesso, l’incidenza sarebbe passata al 75% del territorio, con 95 paesi su 131 interessati da concessioni ed istanze di permessi di ricerca.

Nel 2018 in Basilicata su terraferma gravavano infatti 11 permessi di ricerca, 20 concessioni di coltivazione accordate, 18 istanze di ricerca.

Se nel 2018 in Basilicata si registravano 93 pozzi produttivi, di cui 58 “produttivi ma non eroganti”, 2 “produttivi ma non allacciati”, 1 pozzo di reiniezione, dal BUIG del 31 luglio 2022 (anno di applicazione dei criteri del PiTESAI) si potevano rilevare:

1 concessione di stoccaggio con 15 pozzi utilizzabili;

5 permessi di ricerca tutti al momento sospesi, ma in attesa del decreto che determini il termine finale della sospensione;

3 istanze di permesso di ricerca (13 sono state annullate dal PiTESAI perché richieste antecedentemente al 2010);

3 concessioni di coltivazione attive (Garaguso, Gorgoglione e Val d’Agri) con complessivi 30 pozzi in produzione, 18 pozzi produttivi non eroganti, 2 pozzi di monitoraggio;

15 concessioni di coltivazione non attive con complessivi 53 pozzi. Per 8 di queste concessioni molto datate (Masseria Monaco, Monte Morrone, Serra Pizzuta, Scanzano, S. Teodoro 001, Recoleta, Policoro, Nova Siri Scalo) “sono in corso specifici studi per verificare la possibilità tecnica e l’economicità della produzione del giacimento individuato”.

Per quanto riguarda le 9 multinazionali operanti in regione ed i loto titoli, ecco di seguito quanto si rileva dall’ultimo BUIG, quello del 31 Dicembre 2025.

Compagnie Oil & Gas operanti in Basilicata:

ISTANZE DI PERMESSO DI RICERCA IN TERRAFERMA

  1. Delta Energy (Il Perito, La Capriola)
  2. ENI S.p.A. (Anzi)

ELENCO DEI TITOLI MINERARI VIGENTI

PERMESSI DI RICERCA ACCORDATI IN TERRAFERMA

  1. Aliano (ENI)
  2. Serra San Bernardo ENI (63,34% r.u.) ROCKHOPPER CIVITA (22,89%) TOTALENERGIES EP ITALIA (13,77%)

CONCESSIONI DI COLTIVAZIONE ACCORDATE IN TERRAFERMA

  1. Garaguso

        ENERGEAN ITALY (50,33% r.u.) GAS PLUS ITALIANA (49,67%)

  • Gorgoglione

       TOTALENERGIES EP ITALIA (50% r.u.) SHELL ITALIA E&P (25%) MITSUI E&P ITALIA B (25%)

  • Il Salice

GAS PLUS ITALIANA (100%)

  • Masseria Monaco

 ENERGEAN ITALY (50% r.u.) ENI (50%)

  • Masseria Viorano

PENGAS ITALIANA (100%)

  • Monte Morrone

GAS PLUS ITALIANA (100%)

  • Policoro

GAS PLUS ITALIANA (100%)

  • Recoleta

GAS PLUS ITALIANA (100%)

  • San Teodoro

CANOEL ITALIA (100%)

  1. Scanzano

ROCKHOPPER CIVITA (100%)

  1. Val d’Agri

ENI (61% r.u.) SHELL ITALIA E&P (39%)

CONCESSIONI DI COLTIVAZIONE CESSATE IN ATTESA DI RIPRISTINO MINERARIO DELL’AREA

  1. Calciano

ENI (100%

  • Candela

ENI (60,5% r.u.) ENERGEAN ITALY (39,5%)

  • Nova Siri Scalo

GAS PLUS ITALIANA (100%)

  • Orsino

GAS PLUS ITALIANA (100%)

  • Serra Pizzuta

ENI (100%)

  • Tempa Rossa

 ENI (70% r.u.) ENERGEAN ITALY (30%)

CONCESSIONI DI STOCCAGGIO

  1. Cugno Le Macine Stoccaggio

THALEIA (100%)

Oltre alle trivelle, quali sono le maggiori nocività del territorio in Basilicata? Quali le loro conseguenze? 

Non va mai dimenticato che l’impatto della filiera estrattiva sulle matrici è vasto e ancora da indagare. Basti pensare che uno dei due laghi di Monticchio (Monte Vulture) è fottutamente inquinato dai Pfas, in un’area dove si imbottigliano le acque minerali! Ancora oggi Arpab non riesce a spiegare perché il 31% dei campioni di acqua analizzati pochi anni or sono da Ispra siano fortemente positivi nella rilevazione dei Pfas. Gli effetti dell’impatto sanitario provocato dall’uso dell’uranio impoverito nelle attività di perforazione  e gli effetti delle temperature altissime, con liberazione di sostanze altamente tossiche e cancerogene, tra cui cobalto e molibdeno, nei processi di raffinazione, in virtù dell’effetto cumulo, sono devastanti.

Stando ai dati Istat la Basilicata resta una regione sempre più anziana e povera, che corre verso lo spopolamento, in mano al ricatto delle ecomafie e del lavoro nero e precario, dove i livelli di inquinamento dell’aria, del suolo e delle falde acquifere, soprattutto a ridosso degli impianti di estrazione e trattamento, sono elevati e sproporzionati rispetto all’intensità abitativa, dove l’incidenza di patologie tumorali è superiore alle medie delle regioni settentrionali.

Nelle attività di prospezione, ricerca, quindi di coltivazione, l’impatto sanitario è enorme, sia a breve che a lungo termine. L’uso dell’uranio impoverito e di un mix di altri composti radioattivi e metalli pesanti, sulla testa delle trivelle (Brevetti della Halliburton 1984 e 2011); l’uso di centinaia di solventi e sostanze chimiche usati per favorire la penetrazione delle trivelle nel sottosuolo, aumentano l’insorgenza di interferenze endocrine sia in età pediatrica che nell’adulto. Si registrano incrementi dell’incidenza di cancro della mammella nelle donne e di tumore alla prostata negli uomini. Anche gli scarti della lavorazione petrolifera, i fanghi di perforazione e le acque di strato, contaminanoacqua e suolo (vedi reiniezione da oltre un ventennio nel pozzo di reiniezione Costa Molina 1 a Montemurro), sono in grado di alterare la catena alimentare, causando danni ambientali ed alla salute. Effetti dannosi vengono prodotti nei processi di lavorazione dall’acido solfidrico (o idrogeno solforato), nocivo anche a basse dosi, date le caratteristiche del petrolio lucano, ad alta concentrazione di zolfo, definito heavy, sour crude (pesante e amaro) in quanto più viscoso e corrosivo.

Dalle fiamme della combustione in torcia vengono emessi almeno altri sessanta inquinanti cancerogeni, tra cui benzene, formaldeide, idrocarburi policiclici, acetaldeide, idrocarburi non metanici. Di forte impatto sono gli effetti dei processi di “acidificazione” dei terreni della Val d’Agri, con brevetto della plenipotenziaria Halliburton, che nel suo sito spiega le varie fasi attuative prima di procedere alla fratturazione orizzontale delle rocce. Va ricordato che una simile  procedura è molto simile alle tecniche del fracking adottate in USA, che in Italia e in UE sono esplicitamente vietate per legge. Ciò nonostante, anche la Petro-One parla di fracking in Val d’Agri e, probabilmente, questa metodica, secondo quanto evidenziabile in una sua pubblicazione, è stata già attuata, in questa regione, nonostante espressamente vietata. Già 10 anni orsono, nel 2012, la “Relazione territoriale sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti nella regione Basilicata”, documento della competente commissione parlamentare, denunziava un quadro sconvolgente, se pur parziale, dello scempio delle matrici nella nostra Regione (documento XXIII n. 17).

 “Nel corpo della relazione dell’anno 2000 sono state riportate, inoltre, alcune problematiche attinenti il rischio di smaltimenti illeciti cui appariva esposta la regione, evidenziate dalle diverse autorità interpellate (in particolare, prefetto e autorità giudiziaria). Allarmante era il dato relativo agli 890 siti inquinati censiti, la metà dei quali connessi alle attività di prospezione petrolifera”.

In Basilicata, si è compiuto, di fatto, un autentico scempio dell’ambiente che ha interessato l’aria (inquinamento dagli impianti di desolforizzazione petrolifera a Corleto Perticara, in Val d’Agri, a Pisticci; stoccaggio ed estrazione, inceneritori, cementifici, ferriere), il suolo (fanghi delle lavorazioni petrolifere, incidenti delle estrazioni, interramento rifiuti, acidificazione della Val D’Agri, inquinamento del fiume Sauro) e l’acqua, la vera ricchezza di cui dispone(va) la regione, fonte di vita non solo per i suoi abitanti, ma anche per alcuni milioni di cittadini di Puglia, Campania meridionale e Calabria settentrionale, che dipendono dai suoi bacini idrici.

Il disastro ambientale lucano è connesso non solo alle estrazioni petrolifere attuali, ma anche alle attività correlate (desolforizzazione, stoccaggio, reiniezione e trattamento reflui, trasporto) e a tutti i sondaggi petroliferi effettuati in un secolo di attività,

A ciò si aggiunge il sistema di discariche e di incenerimento, legato al ciclo di gestione integrata rifiuti (Ex Fenice a San Nicola di Melfi, dove opera Stellantis – ex Fiat Sata- ed indotto automobilistico), e quello relativo alle centrali a biomasse (Centrale del Mercure, Bernalda, Senise), cementifici (Barile e Matera), insediamenti industriali, aree SIN (Val Basento, Tito), con lasciti pericolosi come la Materit in Valbasento, oggi vera discarica di amianto, ed a Tito Scalo, con la Liquichimica (fosfogessi)e la ex Daramic (con interminabile bonifica e valori di centinaia di migliaia di volte dei limiti CSC dei trialometani);  impianti di produzione del bitume (Baragiano, Sant’Angelo Le Fratte), ferriere (Sider Potenza) e, non da ultimo, il ciclo di stoccaggio e trattamento delle scorie radioattive (Itrec della Trisaia a Rotondella) e l’individuazione di aree potenzialmente idonee alla realizzazione del sito unico nazionale dei rifiuti radioattivi in Basilicata (un’area ritenuta idonea coincide con quella dell’istanza di permesso petrolifera della Delta Energy “Il Perito” a Montescaglioso). Può sembrare un paradosso, ma in Basilicata, dal 2016 prima regione potenzialmente autosufficiente per produzione di energia rinnovabile (ben una FER su 5 in Italia si trova qui!) un problema molto sentito è l’occupazione di territorio di impianti solari a terra e soprattutto di eolico selvaggio.

Tre parole/aggettivi per descrivere le qualità del vostro territorio e della sua popolazione.

SFRUTTATO, TESTARDO, RASSEGNATO

Quali solo le riflessioni del movimento in merito alle recenti mobilitazioni su scala nazionale, in particolare l’ultima contro la finanziaria di guerra che ha visto il coordinamento tra diversi movimenti territoriali a livello nazionale?

    La pratica del coordinamento è connaturata nelle mobilitazioni che non si fermano alla sola dimensione asfitticamente localistica. Bisogna tuttavia evitare che i coordinamenti scadano in relazioni di tipo formale o nominale (ognuna/o di noi si trova coinvolta/o contemporaneamente in più “coordinamenti” e/o liste), rischiando per paradosso la separatezza e la cristallizzazione identitaria come “militante ambientalista” et similia. Alla fine, per vari motivi (vedi i tentativi di mediazione per redigere un manifesto programmatico nella galassia dei movimenti negli anni precedenti al Covid) la “somma” delle realtà non produce una vera sintesi, bensì (forse è anche logico e realistico), il riconoscimento di una gerarchizzazione di fatto per ordine di importanza e rapporti di forza. Sapere, come accaduto nel corso delle recenti mobilitazioni su scala nazionale, quindi anche quella recente contro la finanziaria di guerra, che ha visto il coordinamento tra diversi movimenti territoriali a livello nazionale, che si agisce in contemporanea su obiettivi comuni, è il sale della vita, ma non bisogna perdere di vista da un lato gli effetti dell’oscuramento mediatico; dall’altro il prevalere delle specificità locali, che soltanto momenti alti (come petizioni, proposte di legge, referendum abrogativi) consentono di valorizzare come valore aggiunto in grado di incidere. Resta ovviamente la necessità di riflettere sui meccanismi e sulle dinamiche di trasformazione politica effettiva delle rivendicazioni che nascono dai territori e/o dei contenuti e dei livelli di denunzia condivisi a livello interregionale.

    Da questo punto di vista l’esperienza ci insegna che le campagne si rafforzano quando trovano sintesi in mobilitazioni costruite a livello nazionale, ma che hanno uno sbocco comune in un unico grande appuntamento/manifestazione locale.

    Pensate che la questione energetica e delle fonti fossili sia legata alla guerra? In che modo questo si declina (se si declina) sul vostro territorio?

    Basti ricordare che già dagli anni trenta, in pieno fascismo imperante, le tensioni della retorica autarchica portarono alla costruzione di un piccolo centro di raffinazione sul torrente Caolo a Tramutola, in Val d’Agri, per rifornire i carri armati. Negli anni ‘30 e nuovamente negli anni ‘50, infatti, prima AGIP mineraria e poi ENI perforarono 48 pozzi, estraendo e utilizzando gas metano e petrolio.

    Alcuni dei pozzi non chiusi portarono in superficie acqua mista a petrolio (caso abbastanza raro nel mondo) ed acqua calda a 32° C contenente discrete percentuali di gas.

     La questione energetica è sempre stata indissolubile dalla capacità di alimentare conflitti generando supremazia, dal cosiddetto “fuoco greco” contro le triremi romane attivato dai greci siracusani alla ignobile arroganza ed ingordigia imperial/mafiosa di Trump ai danni del Venezuela, dell’Iran, della Libia, dello stretto di Hormuz, dell’Iraq, etc.

    La stessa violenza genocida scatenata da Israele a braccetto di USA e UE contro Gaza e Cisgiordania ha a che vedere non solo con la rideterminazione geopolitica di un controllo integrato dei porti e delle rotte di commercio che collegherebbero (secondo i desiderata di Netaniahu sbandierati all’Onu poche settimane prima del 7 Ottobre 2023) la linea del Pacifico dall’India fino al costruendo gasdotto Eastmed (il più lungo gasdotto sottomarino al mondo), ma con un tentativo degli USA di disarticolare i Brics, di imporre di nuovo il monopolio del dollaro a discapito delle piattaforme di scambio alternative, nonché di contrastare un debito pubblico da decine di migliaia di dollari, sguinzagliando gli aguzzini dei fondi di investimento finanziario speculativo e delle multinazionali estrattive e della raffinazione per rimettere al centro degli scambi il petrodollaro sottraendo all’Opec +Russia la condizione di monopolio per stabilire quote e prezzi del greggio. Obiettivo finale, passando per un attacco in profondità contro l’Iran, resta il ridimensionamento della capacità economica e commerciale della Cina.

    Anche sul territorio lucano l’intreccio tra multinazionali estrattive e signori della guerra è sempre più evidente. Non solo perché petrolio, nafta, gas, alimentano navi da guerra e carri armati (recente è la contestazione nel porto di Taranto di una nave petroliera diretta in Israele con carico di petrolio in capo a Shell, che con ENI cogestisce pozzi e COVA a Viggiano), ma perché è sempre più scoperto il rapporto di collaborazione con multinazionali come Leonardo SpA (sedi presenti a Tito Scalo e a Matera) e con soggetti “storici” (basta vedere la loro presenza strategica nella zona industriale di Viggiano) quali Maersk per i trasporti di logistica integrata ed Halliburton per perforazioni e logistica mineraria, nota per avvalersi di una compagnia militare privata presente in diversi conflitti.

    Quali sono i recenti e prossimi appuntamenti del movimento?

    Come la stragrande maggioranza delle realtà di movimento, negli ultimi mesi ci siamo molto concentrati sulle mobilitazioni per Gaza, per la Palestina, contro la folle strategia UE ed italica del riarmo.

    Oltre ai vari cortei, abbiamo collaborato con altri soggetti a “snidare” sedi della logistica e della produzione integrata di armamenti.

    Da fine Settembre ci siamo spesi inoltre con 4 presidi ed un corteo sotto il carcere di Melfi, in quanto è lì che è stato trasferito Anan Yaheesh, partigiano resistente palestinese, che dovrà vedere concluso il prossimo 16 gennaio il processo di primo grado al Tribunale de L’Aquila con l’assurda accusa di “terrorismo internazionale”.

    Ultimamente stiamo lavorando a creare un fronte unitario con le amministrazioni comunali disponibili a contrastare i permessi di ricerca “Serra San Bernardo” ed “Aliano”, entrambi ripescati a seguito del truffaldino ricorso al Tar Lazio che ha decapitato il PiTESAI e cancellato l’idea stessa di qualsiasi criterio di salvaguardia e gestione del territorio, se non nel nome della prospettiva sottoscritta da Total e dal presidente regionale Bardi di dismissione delle attività di coltivazione al 2068.

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