Nell’attuale contesto di crisi energetica, all’alba di uno sciopero generale contro il carovita che sta coinvolgendo settori sempre più ampi della popolazione, pubblichiamo questa intervista a Giorgio Ferrari (perito nucleare e storico militante del movimento antinucleare italiano) che fornisce le coordinate principali per legare crisi energetica e crisi di questo modello di sviluppo – e rifiutare gli specchietti per le allodole messi in campo da un governo e di tutta una classe dirigente a cui restano solo propaganda e repressione per legittimarsi.
L’intervista completa è disponibile anche su youtube:
Perché la crisi energetica che stiamo vivendo (in questi ultimi mesi in maniera ancora più esacerbata) deve rimettere in discussione un modello di sviluppo fallito, invece di riproporre false soluzioni come la fissione nucleare che il governo in primis sta spingendo in Italia negli ultimi anni?
Se dovessimo approfondire nel dettaglio gli scenari che abbiamo di fronte sul piano globale, considerando tutti i parametri che guidano e sovrintendono all’economia mondiale, rimarremmo veramente sconcertati. Sono infatti le stesse istituzioni internazionali, attraverso gli outlook del Fondo Monetario Internazionale, ad esempio, a formulare previsioni a breve termine decisamente problematiche. Nonostante il linguaggio di queste istituzioni sia sempre in qualche modo accomodante e rassicurante, l’inflazione che prevedono non scenderà: rimarrà al di sopra del 3% e raggiungerà probabilmente il 4% nel 2026.
Sempre secondo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale, il mercato delle materie prime rimane molto vulnerabile, perché manca la stabilità degli approvvigionamenti.
Questa corsa, che ha il suo apice nella competizione sull’intelligenza artificiale, si inserisce sostanzialmente in quello che viene definito la quarta rivoluzione industriale: un balzo tecnologico che costituisce la base di tutto, poiché rappresenta l’aspetto trainante su cui scommette il capitalismo globale in tutte le sue articolazioni.
Non dobbiamo pensare all’intelligenza artificiale soltanto in relazione agli aspetti che, in questi giorni e in questo periodo, hanno occupato le cronache degli organi di informazione: i vari allarmi sulla società delle macchine che governa l’uomo e su scenari di questo tipo. Al di là della loro credibilità e della verosimiglianza che tali eventualità possano concretizzarsi, il comparto generale dell’informatizzazione è molto più ampio e avanzato. Comprende, infatti, un’applicazione sempre più spinta della robotica e la sostituzione di diverse forme di lavoro attraverso l’impiego dei robot.
La prima questione che si pone, dal punto di vista sociale, riguarda certamente l’occupazione: che cosa succederà? Le preoccupazioni, a questo proposito, sono di vario tipo.
Restando nel campo dell’automazione, è certamente questo l’ambito su cui scommette il capitalismo globale. Da questo punto di vista, non esistono contraddizioni tra i sostenitori delle energie rinnovabili e quelli dei combustibili fossili, né tra tradizione e rinnovamento o, se vogliamo, tra conservazione e innovazione. Entrambi gli schieramenti condividono infatti la convinzione che il balzo tecnologico debba necessariamente compiersi. In questo senso, l’intero capitale finanziario, che sostiene in buona parte questa operazione, è assolutamente concorde sulla necessità di realizzare la quarta rivoluzione industriale.
Ed è qui che cominciano i problemi. Questa rivoluzione si basa infatti su un’automazione sempre più spinta e su un’informatizzazione che arriva fino all’elaborazione di un’intelligenza definita artificiale, dalle potenzialità immense. Tutto questo, però, richiede necessariamente l’elettricità. Nessuno pensa di realizzare un automa che funzioni a vapore o a benzina: sono immagini che appartengono ai racconti dell’Ottocento, quando comparivano le prime macchine di questo tipo. All’epoca, l’idea era quella di antropomorfizzare la materia, dando forma all’automa; oggi, ovviamente, tutto è digitale.
La prima considerazione da fare è che la quarta rivoluzione industriale porta con sé una trasformazione del modello energetico, caratterizzata dalla netta prevalenza dell’elettricità, destinata a diventare la forma di energia più diffusa e utilizzata. Questo vale in tutti i settori e rappresenta il primo punto di contatto con l’impiego delle energie rinnovabili, finalizzate, naturalmente, alla produzione di elettricità.
In questo quadro si inserisce anche il fenomeno che negli ultimi anni, sebbene non proprio recentissimi, è stato definito “rinascimento nucleare”, o nuclear renaissance. Se ne parla ormai da cinque, sei e forse anche dieci anni. Oggi ne vediamo le conseguenze, perché in molti Paesi questa campagna sembra dare i suoi frutti. Bisognerà, tuttavia, verificare concretamente come si svilupperà.
Per sintetizzare questi primi aspetti, la crisi del capitalismo globale, stando alle previsioni degli organismi internazionali preposti all’analisi di queste dinamiche, non è affatto risolta. Soprattutto, emerge una fiducia assoluta proprio nella quarta rivoluzione industriale. In sostanza, la soluzione della crisi sarebbe affidata all’affermazione di questa rivoluzione e, in parte, anche al cosiddetto rinascimento nucleare, ossia alla riproposizione di questa tecnologia. Per certi aspetti, infatti, la quarta rivoluzione industriale porta con sé anche il nucleare. Vedremo magari più nel dettaglio perché.
Parlavi di nucleare, quarta rivoluzione industriale e intelligenza artificiale. Dalle notizie più recenti emerge che, da una parte, il nucleare viene presentato come una risposta alle esigenze energetiche di queste nuove tecnologie; dall’altra, sono le tecnologie stesse a contribuire alla crescita della domanda di energia. Si crea così un meccanismo di doppia alimentazione: da un lato, la richiesta di energia da parte della quarta rivoluzione industriale; dall’altro, la necessità di produrre energia che possa essere venduta. Microsoft, Amazon e altre grandi aziende stanno investendo in entrambi i settori: nella costruzione di grandi data center hyperscale e nel finanziamento della ricerca sui nuovi reattori modulari, per esempio. Che cosa ne pensi di questa interdipendenza?
Il riferimento è a quanto dicevamo all’inizio, cioè ai parametri generali di questa crisi. Oltre agli aspetti strettamente economico-finanziari, come l’inflazione, bisogna considerare le prospettive legate all’intelligenza artificiale e alle nuove tecnologie, tra cui possiamo includere anche il nucleare. Quest’ultimo, pur non essendo una tecnologia nuova, viene oggi riproposto e si presenta come un ulteriore settore in cui si concentrano ingenti investimenti.
Tutto questo insieme di fenomeni, come sottolinea anche la Banca Mondiale, contribuirà ad aumentare le disuguaglianze tra i Paesi. Il settore dei data center, l’intelligenza artificiale, l’informatizzazione e il nucleare richiedono infatti capacità di investimento, risorse finanziarie e mezzi economici che non sono alla portata di tutti.
Questo vale sia dal punto di vista delle catene del valore, sia da quello degli approvvigionamenti, sui quali permangono molte incertezze. Il pensiero va subito alle terre rare, indispensabili per lo sviluppo di tutte queste tecnologie. Le catene del valore, tuttavia, favoriscono i Paesi già sviluppati e penalizzano quelli che non hanno la possibilità di accedervi, sia perché non dispongono del know-how necessario, sia, soprattutto, perché non possiedono i mezzi finanziari adeguati.
La quarta rivoluzione industriale e il comparto nucleare a essa collegato, come vedremo, si configurano quindi come meccanismi che rischiano di accentuare ulteriormente le disuguaglianze sociali ed economiche nel mondo. Questo è il primo aspetto.
Il secondo riguarda il legame tra nucleare e data center. Come è abbastanza noto, i data center sono enormi consumatori di energia, in particolare di energia elettrica. Si parla spesso del loro fabbisogno energetico, ma quasi mai di quello legato ai bitcoin, che richiedono anch’essi enormi quantità di energia.
Per produrre bitcoin serve una quantità considerevole di elettricità. Non è facile spiegare che cosa sia esattamente un bitcoin: gli economisti hanno elaborato diverse interpretazioni, spesso piuttosto difficili da comprendere. Un aspetto, però, è chiaro: il processo di produzione dei bitcoin, attraverso il cosiddetto mining, richiede enormi quantità di energia elettrica.
Ed è qui che entra in gioco il nucleare, perché si tratta di una fonte energetica caratterizzata da un’elevata densità di potenza. Consente, infatti, di produrre grandi quantità di energia in spazi relativamente contenuti e di garantire una fornitura continua, senza interruzioni. Queste sono proprio le due caratteristiche richieste dai data center e dalle attività legate al mining dei bitcoin.
Di conseguenza, l’informatizzazione e la quarta rivoluzione industriale, che si fondano anche sulla realizzazione di enormi data center, portano con sé la prospettiva di un ulteriore sviluppo del nucleare.
Questo, almeno sul piano teorico. Sul piano pratico, infatti, è ancora tutto da verificare. Finora, solo Bill Gates ha promosso iniziative in questo settore, tra cui il progetto legato alla centrale nucleare di Three Mile Island, oltre ad altre operazioni che sta portando avanti nello stesso ambito.
Comincia qui, però, anche tutta una serie di operazioni di propaganda e di hype, cioè di costruzione di aspettative molto elevate, talvolta attraverso affermazioni che sfiorano la disinformazione e, in ogni caso, con finalità propagandistiche. I sostenitori del nucleare, in particolare del cosiddetto nuovo nucleare, richiamano spesso la possibilità di collocare queste nuove centrali vicino ai data center o ad altri impianti che consumano grandi quantità di energia.
Secondo questa prospettiva, le centrali potrebbero fornire non soltanto elettricità, ma anche, per esempio, vapore di processo, dal momento che gli impianti nucleari producono vapore prima ancora di generare energia elettrica.
Su questo punto, tuttavia, occorre fare chiarezza. Le questioni da considerare sono due. La prima riguarda la possibilità di costruire i data center in prossimità delle centrali nucleari. Ma le centrali nucleari richiedono anni per essere realizzate, mentre chi vuole costruire un data center oggi non può aspettare tutto il tempo necessario alla costruzione di una nuova centrale: procede quindi con la realizzazione del data center senza attendere che l’impianto nucleare sia pronto.
Inoltre, i data center non vengono costruiti nel deserto o in zone scarsamente popolate. Basti pensare all’Europa, un continente fortemente antropizzato, nel quale è difficile trovare aree poco abitate.
Lo vediamo anche in Italia, dove la maggior parte delle richieste di insediamento di data center si concentra in Lombardia, la regione italiana più densamente popolata e caratterizzata da una forte concentrazione di insediamenti urbani e produttivi. È proprio in aree di questo tipo che tendono a localizzarsi i data center.
L’affermazione secondo cui le centrali nucleari di piccole dimensioni potrebbero essere collocate facilmente accanto ai data center è quindi, a mio avviso, una notevole semplificazione. Finché resteranno in vigore gli attuali criteri di sicurezza e protezione dagli incidenti nucleari, gli impianti dovranno rispettare requisiti di localizzazione e distanze di sicurezza adeguati rispetto ai centri abitati. Da questo punto di vista, le cose non tornano: i data center si concentrano in prossimità dei centri abitati e degli insediamenti produttivi, mentre le centrali nucleari non possono essere collocate ovunque.
Per capirci, neppure il più folle dei programmi nucleari italiani prevederebbe facilmente la costruzione di centrali in Lombardia, proprio dove si concentrerà una parte significativa dei nuovi data center.
C’è poi un’altra questione, legata alla disponibilità di acqua per il raffreddamento degli impianti. La siccità e la diminuzione delle portate dei fiumi europei, fenomeni che abbiamo osservato anche durante le estati recenti, pongono ulteriori problemi alla localizzazione delle centrali nucleari nell’entroterra, lungo i fiumi o in prossimità di altri corsi d’acqua. Per questo motivo, una parte degli impianti potrebbe essere realizzata lungo le coste, in prossimità del mare, e quindi a una certa distanza dai principali poli di sviluppo dei data center.
L’altro aspetto, più generale, riguarda la convinzione che il nucleare possa risolvere, o contribuire a risolvere, la crisi energetica. La realizzazione di un impianto nucleare richiede tempi lunghi. Per costruire un numero di centrali sufficiente a incidere in modo significativo sul fabbisogno energetico, occorre attendere decenni, non semplicemente qualche anno. A meno che qualcuno non immagini di poter avviare contemporaneamente dieci o quindici cantieri per la costruzione di centrali nucleari, uno scenario che non si è mai verificato in questi termini in nessuna parte del mondo.
I tempi di realizzazione delle centrali, la loro entrata in servizio, il raggiungimento della redditività economica e il loro contributo al sistema energetico sono quindi difficilmente compatibili con i tempi della crisi. Quest’ultima impone esigenze molto più immediate, che si manifestano nel presente e nei prossimi due o tre anni.
Le centrali nucleari non saranno pronte in questo arco di tempo, per quanto impegno si possa mettere nella loro realizzazione e per quanto si possa essere fiduciosi nella loro capacità di contribuire alla soluzione del problema. Non saranno disponibili in tempo utile in nessuna parte del mondo e, tanto meno, in Italia.
Esiste quindi uno scarto molto significativo tra i tempi della crisi energetica e quelli necessari affinché il nucleare possa fornire un contributo concreto alla sua gestione.
A proposito di tempi, parlavamo dei tempi della crisi energetica, che stiamo vedendo tradursi anche in un costo della vita sempre più elevato e diffuso. Ma bisogna considerare anche i tempi della crisi climatica, un problema che richiede altrettanta urgenza nell’azione. Continuare a riproporre soluzioni tecniche che, in realtà, non risolvono il problema e rimanere all’interno dello stesso paradigma produttivo che ci ha condotti a questa crisi pone delle questioni anche da questo punto di vista.
Indubbiamente, diverse notizie confermano che siamo di fronte a una crisi all’interno della crisi generale che investe la transizione energetica e il New Green Deal.
La Germania, che ha deciso di chiudere le proprie centrali nucleari e mantiene questa decisione, aveva anche programmato la graduale dismissione delle centrali a carbone e lignite, di cui dispone in quantità considerevoli, così come la Polonia. Entrambi i Paesi, tuttavia, hanno rimesso in funzione queste centrali negli ultimi tempi, proprio per far fronte a una crisi energetica che, per i motivi che spiegavo prima, non può essere affrontata e risolta ricorrendo al nucleare. Questo vale a prescindere dalla decisione della Germania di uscire dal nucleare.
La Germania ha inoltre avviato progetti per la realizzazione di impianti a gas a ciclo combinato, per una potenza complessiva di 12.000 MW, proprio per rispondere a queste esigenze.
Ci sono anche altri elementi che inducono a pensare che il New Green Deal abbia rappresentato una fase in cui soprattutto l’Europa ha puntato su questa prospettiva. Gli Stati Uniti l’hanno rifiutata, mentre la Cina ha seguito una propria strada, affrontando la trasformazione energetica in modo molto più concreto e senza troppi fronzoli. Oggi è il Paese più avanzato sul fronte delle trasformazioni energetiche legate alle fonti rinnovabili.
L’Europa, invece, che si è vantata molto dei propri risultati in questo campo, sta fallendo miseramente. Deve infatti fare i conti con l’economia politica, con la crisi del capitalismo e con quella dell’industria. Basti pensare alla Volkswagen, che chiude stabilimenti e annuncia la riduzione di decine di migliaia di posti di lavoro. Il problema è che l’automobile elettrica europea fatica ad affermarsi, mentre quella cinese riesce a essere competitiva.
La crisi del capitalismo è immediatamente anche una crisi del modello di sviluppo e, di conseguenza, del modello energetico. Quest’ultimo è strettamente legato al modo di produzione capitalistico, perché il sistema produttivo e le modalità di sfruttamento dell’energia sono intimamente connessi. È un aspetto che gli ambientalisti tendono spesso a dimenticare.
Pensare di cambiare le cose modificando soltanto il modello energetico è illusorio. Se non si interviene anche sul modello produttivo e industriale, sui consumi e sulle modalità di produzione, non si va da nessuna parte.
Questo accade perché oggi al capitale interessa soprattutto, per tornare al discorso iniziale, la quarta rivoluzione industriale, più che la transizione energetica. Quest’ultima verrà realizzata se e quando sarà possibile; altrimenti, si rinuncerà a perseguirla. La priorità è invece la quarta rivoluzione industriale, che richiede energia elettrica. Il capitale, quindi, ragiona in questi termini: serve elettricità e la si produce con le risorse disponibili oggi, non con quelle che forse saranno disponibili tra dieci o quindici anni.
Di conseguenza, l’energia viene prodotta anche attraverso il carbone, rimettendo in funzione le centrali esistenti, perché è ciò di cui il sistema ha bisogno in questo momento.
Come si può contrastare questa tendenza? Non certo attraverso quell’idealismo che ha spesso, anche se non sempre, ispirato le iniziative dei movimenti contro il cambiamento climatico.
Abbiamo individuato nel nucleare una delle tante opzioni disponibili, come dicevi giustamente anche tu, per alimentare una ristrutturazione produttiva attraverso la quale il capitalismo cerca di far fronte alla propria crisi.
A questo proposito, a partire dall’inizio di quest’anno abbiamo rilanciato una provocazione che sappiamo esserti particolarmente cara: «L’ambientalismo è morto». Possiamo dire che il tema del nucleare rappresenti un importante spartiacque rispetto a un approccio compatibilista alla questione ambientale?
Indubbiamente, per diversi aspetti. Vorrei soffermarmi su uno in particolare, che spesso viene dimenticato: la tecnologia nucleare è, per sua natura e fin dalla sua origine, dual use, cioè utilizzabile sia per scopi civili sia per scopi militari.
In un momento come quello attuale, in cui i venti di guerra soffiano fortissimi in ogni parte del mondo, non possiamo dimenticarlo. Forse non c’è il tempo di approfondire la questione, e non è un argomento che viene affrontato abitualmente, ma resta un aspetto fondamentale, che non va mai trascurato.
I sostenitori del nucleare tendono a ridimensionare questa questione o a non prenderla in considerazione, offrendo rassicurazioni di ogni tipo. Eppure, il fatto stesso che la deterrenza nucleare sia ormai all’ordine del giorno e sia diventata uno dei punti cardine della politica estera di molti Paesi dovrebbe indurci a riflettere.
Penso alla Turchia, ad alcuni Paesi arabi e al Brasile in Sud America, dove esistono comunque altri vincoli da considerare. Penso anche al Giappone, in Estremo Oriente, che dispone di ampie capacità tecnologiche e risorse in ambito nucleare, oltre che ad altri Paesi che rivestono un ruolo geopolitico rilevante nelle rispettive aree.
L’idea di dotarsi di armamenti nucleari nasce anche da questa logica: le grandi potenze lo dimostrano e gli avvenimenti più recenti sembrano confermarlo. Se possiedi l’arma nucleare, hai maggiori garanzie di sicurezza rispetto a chi non la possiede. È una logica terribile, ma è quella che sembra prevalere.
Detto questo, c’è un altro aspetto che non va dimenticato. Credo che oggi l’ambientalismo si trovi in difficoltà di fronte a questa riproposizione del nucleare, proprio perché ha fondato quasi tutta la propria campagna — non dico interamente, ma nella sua parte più consistente — sull’idea di una transizione energetica intesa essenzialmente come cambiamento del modello energetico, basato sull’abbandono dei combustibili fossili.
È proprio in questo spazio che la lobby nucleare si è inserita con una certa facilità, sostenendo: «Siamo d’accordo: il nucleare non è inquinante, non produce emissioni e ha un impatto pressoché nullo, o comunque molto basso. Perciò questa prospettiva va benissimo anche a noi. Non ci proponiamo come alternativa alle energie rinnovabili, ma come loro complemento nella realizzazione della transizione energetica».
Da questo punto di vista, spero che si possa aprire uno spazio di riflessione e confronto con tutte le associazioni ambientaliste, tenendo conto delle diverse posizioni e sfumature che le caratterizzano.
L’accelerazione di questi processi, nel contesto della crisi attuale, richiede infatti una riflessione complessiva. È necessario valutare queste dinamiche anche alla luce di ciò che si sta preparando sul piano internazionale.
Diciamo che questo era un po’ il centro della chiacchierata di oggi, grazie mille Giorgio. È un ulteriore elemento a sostegno del fatto che non è affatto scontato che nucleare e decarbonizzazione vadano di pari passo. Anzi, sostenere che sia così è una grossa bugia.
Ci sarebbe ancora tantissimo da dire su questo tema e sicuramente ci riserveremo l’occasione di organizzare momenti di approfondimento più ampi.
Sicuramente un primo momento per affrontarli sarà il 7 novembre a Roma, ore 14, in via delle Sette Sale 29, dove si svolgerà l’iniziativa “No al Ritorno al Nucleare”, dove affronteremo il tema del nucleare come truffa ecologica ed economica e come tecnologia intrinsecamente dual use, dell’eredità tossica oggi presente sui territori e che un eventuale ritorno comporterebbe, della crisi democratica che le mosse del governo mettono in luce.
Invitiamo tutte le realtà che hanno intenzione di confrontarsi, partecipare o intervenire all’iniziativa a contattarci all’indirizzo nonucleareorganizziamoci@gmail.com.
A presto!
