Ricomprendere la contraddizione Capitale-Natura nel conflitto Capitale-Lavoro
Oggi, in un contesto di esacerbamento della crisi climatica e in una fase di rinnovata mobilizzazione della classe operaia riprendiamo in mano le riflessioni sviluppate sulla contraddizione capitale-natura nel conflitto capitale-lavoro. In concomitanza con il Primo Maggio e in vista dello sciopero nazionale della Categoria Operaia indetto dall’Unione Sindacale di base per il 23 maggio, abbiamo avviato una riflessione mirata a riattualizzare e portare avanti la sfida di costruire un punto di vista di classe sulla questione ambientale, capace di dialogare con le lotte sociali e sindacali nel nostro paese. Per sviluppare questo ragionamento, sicuramente non esaustivo, abbiamo preso da guida la pubblicazione della Rete dei Comunisti Capitale e Natura: per una visione di classe dei temi ambientali, intrecciandolo con i testi di riferimento del pensiero marxista come Il Capitale e Ideologia Tedesca.
La contraddizione capitale-natura nella fase di frammentazione del mercato globale e conseguenze della ristrutturazione economica europea
Dalla fase imperialistica in avanti, il capitalismo si è caratterizzato per una tendenza alla propria generalizzazione su scala mondiale: apertura e conquista di nuovi mercati, mondializzazione della forza‑lavoro, delocalizzazione produttiva, intensificazione della circolazione globale delle merci. La fase attuale, per molti aspetti, si configura invece come un movimento di segno inverso.
La crisi sistemica, apertasi nel 2008, si è solo aggravata negli ultimi anni, e nessun settore si è mostrato all’altezza dell’industria bellica nella capacità di rilancio dei processi di valorizzazione.
La crisi sistemica del capitale ha indotto infatti quella che è stata definita frammentazione del mercato globale, ovvero la fine della globalizzazione e l’apertura di una nuova forma di competizione di carattere economico – e in ultima istanza anche bellico – tra blocchi (Il Giardino e la Giungla, 2023).
I due pilastri economici della globalizzazione, libero scambio e delocalizzazioni, sono entrati in crisi di fronte ad un conflitto su scala mondiale e a nuove misure che limitano gli scambi commerciali transnazionali, imponendo alle filiere di ristrutturarsi. Il sistema delle esternalizzazioni, che per ottenere il risultato di produttività più alto mette segmenti di produzione in competizione tra loro (il produttore, chi trasporta le merci, chi le distribuisce, chi le stocca e chi le manutiene), non è più sostenibile di fronte a guerra e a un assetto mondiale a geometrie variabili.
In questo scenario, i mercati si restringono, pezzi di produzione vengono reinternalizzati cambiano le stesse forme della produzione. Il main driver dei governi europei è quello di ambire a una sovranità economica interna e rafforzare supply chains “sicure”, attraverso le strategie di reshoring, friendshoring o nearshoring, ridefinendo i partner economici secondo una sfocata e negoziata definizione dei paesi vicini, “amici” o economicamente affidabili, in funzione anti Cina e Russia, ma anche in un rapporto con gli USA reso sempre più difficile dalle scelte dell’amministrazione Trump.
Per sostenere questa “reindustrializzazione”, viene messo al centro l’utilizzo di nuove tecnologie avanzate, chiamando in causa in primis i settori strategici e quelli più duramente colpiti dalle conseguenze economiche dei conflitti in corso: automotive, elettronica, semiconduttori, aerospaziale e difesa. Lo sviluppo tecnologico e digitale vanno di pari passo con la concezione di un quadro normativo che all’occorrenza utilizza il paravento della “sostenibilità” per sacrificare ulteriormente – in termini di salari, occupazione e diritti – la forza-lavoro, reale motore della produzione e generatrice di valore. Questa ristrutturazione, così come si sta delineando – in primo luogo nel settore industriale – ripropone così la falsa contrapposizione tra tutela dell’ambiente e difesa del lavoro, in cui per salvaguardare l’uno bisogna sacrificare l’altro.

Questa opposizione è di natura puramente politica e interna ai rapporti di produzione capitalistici, e compromette in maniera miope le basi stesse della riproduzione sociale. L’ambiente e la salute, infatti, non entrano in contraddizione con il lavoro in quanto tale, ma vengono posti artificialmente contro i lavoratori quando il capitale, utilizza l’ambiente come scusa per fare tagli e licenziamenti, o al contrario quando la forza lavoro viene utilizzata come ostaggio per sottrarsi a ogni vincolo di compatibilità ambientale.
Dagli anni ’70 quando a Seveso la produzione fu mantenuta nonostante rischi taciuti che portarono alla dispersione di diossina, o a Taranto l’ILVA ha per anni subordinato la tutela ambientale e sanitaria alla continuità occupazionale: il ricatto “o il lavoro o la salute” è imposto dalla politica e dalle imprese come falso dilemma, mentre nella realtà i lavoratori risultano essere al tempo stesso le prime vittime dell’inquinamento e le prime vittime delle politiche di dismissione o ristrutturazione produttiva.

Dall’altra parte, l’impiego di forza-lavoro e la risoluzione del problema occupazionale viene utilizzata nel discorso politico come giustificazione per portare avanti grandi disastri ambientali come la TAV o il Ponte di Messina, mentre l’ambiente diventa oggi l’alibi per smantellare l’industria e mandare a casa i lavoratori. Lo testimoniano a gran voce le mobilitazioni recenti che hanno riguardato il settore metalmeccanico e altri pezzi importanti dei settori coinvolti nella ristrutturazione produttiva come Stellantis e ST Microelectronic.
Ma l’“ambiente” non è una questione neutrale, e questa ristrutturazione non viene portata avanti né negli interessi dei territori né in quello di lavoratori e popolazioni. Anzi, vediamo come quelli che oggi lavorano sotto ricatto sono anche quelli che pagano le conseguenze della crisi climatica nelle giornate di lavoro sotto il sole e senza tutele, o durante le alluvioni in cui sono i lavoratori a non avere la possibilità di ricostruirsi una casa.
Eppure lo Stato si ritrae, rinuncia a una pianificazione industriale pubblica e utilizza la questione ambientale per giustificare licenziamenti, cassa integrazione e desertificazione produttiva. Che si tratti di “politiche green” o del loro superamento, il dato di fondo del sostegno alle imprese e dell’abbandono dei lavoratori non cambia. Le macro-politiche europee si fondano su meccanismi di mercato che garantiscono sgravi fiscali, incentivi e risorse pubbliche alle imprese, alimentando nuove forme di monopolio, mentre i costi reali della transizione vengono scaricati sulle piccole imprese, su una classe media impoverita, e, soprattutto, sulle classi popolari. La prezzatura delle risorse naturali, le sanzioni pecuniarie per l’inquinamento e l’alleggerimento degli obblighi di rendicontazione ambientale consentono ai soggetti economicamente più forti di continuare a competere, producendo concentrazione della proprietà, privatizzazione delle risorse naturali e nuove forme di colonialismo, impedendo percorsi di sviluppo autonomi e rafforzando le disuguaglianze sociali e territoriali
Lo stesso “Green New Deal” non poteva che rivelarsi propaganda, essendo impossibile qualsiasi transizione all’interno dell’economia di mercato poiché la distruzione della natura è uno dei motori della competizione inter-capitalistica. Sostituire la “mano invisibile” con il controllo sociale della produzione significa rompere la catena che vede la natura solo come una risorsa da saccheggiare per produrre merci spesso inutili o distruttive (industria militare in primis).
Lo vediamo in maniera ancora più eclatante nel caso delle aziende che fanno extraprofitti sulle spalle delle popolazioni tra guerra e ecocidio, e che al contempo continuano a sfruttare la mano d’opera sottopagata e a appaltare servizi ad altre imprese: è il caso di Eni, che negli ultimi due anni di genocidio in Palestina ha stretto i suoi rapporti con Israele per i giacimenti di gas naturale di fronte alle coste gazawi, o di Enel, al centro dell’episodio dell’esplosione della centrale elettrica di Suviana, che ha portato alla morte di tre lavoratori.

Emerge così la natura eminentemente politica dell’opposizione tra ambiente e lavoro, e l’esigenza di capovolgere questa visione, ricostruendo un punto di vista di classe sulla questione ambientale, e un focus ambientale nella questione di classe.
In questo quadro, la ristrutturazione in corso non si limita a ridefinire rapporti di forza sociali, ma produce anche una nuova geografia delle esternalità, ovvero una redistribuzione spaziale dei suoi impatti, riportando entro i confini europei quelle contraddizioni ambientali e materiali che per decenni erano state scaricate altrove.
Il processo delineato è infatti quello di un riavvicinando al “giardino” dei danni creati da questo modello economico, che i capitali e la politica europea non sono più in grado di gestire esclusivamente fuori dai loro confini nazionali, con importanti costi da un punto di vista ambientale.
Se, infatti, nella fase precedente il sistema di delocalizzazioni aveva appaltato una serie di costi ambientali e sociali ai paesi del cosiddetto Sud globale, l’accorciamento delle filiere produttive e la reinternalizzazione mirata dell’industria secondo il principio della “resilienza strategica”, hanno importanti conseguenze allo stesso tempo sui lavoratori e sull’ambiente dei paesi europei, riportando a casa danni ecologici e povertà. Un settore paradigmatico, a questo proposito, è quello della logistica, che ridisegna la circolazione delle merci, tra ricadute territoriali e lavoro povero.
La riduzione dei tempi di circolazione e la velocizzazione dei processi logistici sono elementi centrali per l’accumulazione capitalistica, ma comportano un aumento dei consumi energetici, dell’uso delle risorse naturali e della pressione sui territori.
(Capitale e Natura – Parte I – Capitolo 4)
In termini marxiani, la logistica partecipa alla cosiddetta rotazione del capitale che si compie sostanzialmente di tre fasi: produzione delle merci, circolazione delle merci, la commercializzazione delle merci, finalizzata al processo di accumulazione attraverso il plusvalore. In ognuna di queste tre interagisce con l’uomo e con la natura, compiendo l’assoggettamento e lo sfruttamento del primo e l’assoggettamento e la distruzione della seconda:
Quanto più è breve il tempo di rotazione, tanto minore diventa tale quota inoperosa del capitale, in rapporto al totale e, restando invariate le altre circostanze, tanto maggiore il plusvalore acquisito. Nel libro II si è pure dimostrato come la riduzione del tempo di rotazione, ovvero di una delle due fasi, il tempo di produzione ed il tempo di circolazione, accresca la massa del plusvalore prodotto. Poiché il saggio del profitto esprime soltanto il rapporto della massa del plusvalore prodotta rispetto al capitale complessivo impiegato in quella produzione, è evidente che ogni riduzione del genere accresce il saggio del profitto. (…) Il mezzo principale per la riduzione del tempo di circolazione sta nel perfezionamento delle comunicazioni
(C. Marx, Il Capitale, libro III, sezione I, capitolo 4).
Le grandi infrastrutture di mobilità, sono una necessità della circolazione sempre più veloce delle materie prime e delle merci per accelerare la rotazione del capitale, generando grandi impieghi energetici, dissesto territoriale e geologico, inquinamento atmosferico, acustico, paesaggistico, produzione dei rifiuti e la necessità del loro smaltimento (accelerando la circolazione delle merci e la riduzione, indotta o reale, della vita di queste, viene aumentato anche il loro consumo).
Il passaggio dal “just in time” al “just in case” avviato a partire dalla fase di instabilità prodotta dal Covid, ha portato alla moltiplicazione di magazzini, sfruttamento e impatto ambientale nei nostri territori. Nel quadro della ristrutturazione in corso molti attori industriali (Barilla, IKEA) hanno scelto di reinternalizzare il settore logistico, senza appaltare la circolazione delle merci a terzi.
La logistica – tra le nuove frontiere del conflitto di classe in Europa – lega a doppio filo sfruttamento ambientale-lavoro povero e guerra. La crescente militarizzazione dei corridoi europei rivela la funzione strategica di queste infrastrutture per il capitale e per la guerra, a partire dal caso della TAV e del progetto in cantiere del corridoio Reno-Alpi.
In questo contesto, è nostro compito ricomprendere le contraddizioni ambientali prodotte da questo sistema e aggravate nella fase attuale all’interno del conflitto di classe, dotandoci degli strumenti teorici adeguati.

Ricomprendere la contraddizione Capitale-Natura nel conflitto Capitale-Lavoro: cassetta degli attrezzi teorica
Le questioni ambientali non sono esterne al conflitto capitale-lavoro, ma ne rappresentano una manifestazione specifica. La loro separazione dal terreno della lotta di classe produce una falsa alternativa tra occupazione e tutela dell’ambiente.
(Capitale e Natura – Parte I – Capitolo 1)
Riorganizzare un punto di vista di classe sulla questione ambientale significa innanzitutto recuperare una base teorica materialista che, già nelle prime articolazioni sul materialismo di Marx ed Engels, non riduceva la storia al solo rapporto dell’uomo con l’uomo, ma includeva quello tra l’essere umano e la natura come parte integrante della produzione sociale:
Il materialismo storico ha dunque un’ambivalenza, cioè l’unita dialettica di due aspetti fra loro strettamente intrecciati e non separabili: il rapporto tra uomo e natura e il rapporto intraspecifico, cioè tra uomo e uomo all’interno di una società. In quest’ultimo sta la lotta di classe, intesa anche e soprattutto come lotta per l’appropriazione delle condizioni di produzione e quindi dell’uso della natura.
(Marx ed Engels, L’ideologia tedesca, 1846).
La rottura prodotta dal capitalismo non è soltanto una rottura sociale (fra capitale e lavoro): è anche una rottura storica nel metabolismo tra società e ambiente. Il capitalismo generalizza la forma di merce e subordina ogni attività alla valorizzazione, penetrando nella vita stessa e trasformando la natura in “risorsa” da mettere a valore, contribuendo a rompere il legame organico tra uomo e natura:
La crisi del capitalismo nel suo aspetto più eclatante è proprio la contraddizione capitale-natura, che non si pone come elemento esterno o sovrastrutturale rispetto al conflitto capitale-lavoro, ma come parte integrante del suo sviluppo storico. (…)
Il capitale, nella sua necessità di valorizzazione, non può che intensificare lo sfruttamento sia della forza-lavoro sia della natura, in un processo che tende a erodere le stesse basi materiali della riproduzione sociale.
(Capitale e Natura – Parte I – Capitolo 4)
In questo processo, la tendenza allo sviluppo incondizionato delle forze produttive entra in conflitto con l’ambiente e la limitatezza delle sue risorse, limitando anche la possibilità di valorizzazione del capitale. È questo il limite fisico in cui si imbatte la produzione capitalistica, che è al centro delle preoccupazioni della tecnica sin dai primi studi sui fertilizzanti, ma che dalla crisi petrolifera in poi si è dispiegato sempre più chiaramente nella sua dimensione globale e nelle sue ricadute concrete.
L’aumento del peso della tecnologia e della scienza nella produzione diviene quindi necessario per cercare di spingere sempre più in avanti questo limite, con la doppia conseguenza di ridurre il lavoro vivo innescando processi di flessibilizzazione e precarizzazione della forza lavoro, e di incidere in maniera sempre più irreparabile negli equilibri degli ecosistemi. Nel capitalismo il progresso tecnico non ha lo scopo di alleggerire il carico per il singolo lavoratore, o di ridurre l’impatto ambientale della produzione, ma di sostenere la competizione tra capitali per accaparrarsi sempre maggiori fette di mercato e estrarre in maniera più efficace le risorse, risultando in un crescente sfruttamento della forza lavoro e della Natura.
Anche questo meccanismo si scontra su un limite, quello della caduta tendenziale del saggio di profitto data dalla proliferazione di competitori economici ugualmente attrezzati al livello tecnico per contendersi i mercati mondiali.
In questo contesto, si ricorre alla finanziarizzazione dell’economia, che crea l’illusione di poter superare i limiti fisici alla valorizzazione del capitale.
La mercificazione della natura, attraverso meccanismi di mercato come la compravendita dei diritti di emissione o la finanziarizzazione delle risorse naturali, rappresenta una nuova frontiera della valorizzazione capitalistica.
(Capitale e Natura – Parte I – Capitolo 5)
Dai crediti di carbonio che partecipano al sistema europeo cap-and-trade per le emissioni di CO₂ (EU Emissions Trading System – EU ETS), fino ai “certificati verdi” italiani, anche la questione ambientale è stata strumentalizzata come ulteriore sponda finanziaria per i capitali dei grandi settori (energia, industria pesante…), partecipando alla sovrapproduzione di capitale – e ai conseguenti rischi di esplosione di bolle speculative – dovuta all’uso sregolato della leva finanziaria.
Negli ultimi anni, questi incentivi alle aziende sono stati il rovescio della medaglia della difficoltà delle classi popolari a sostenere il costo della “transizione ecologica”, trasformando la questione ambientale in una forbice di classe.
Le teorie ‘alternative’ non alternative, comprese quelle che fanno riferimento allo sviluppo sostenibile e alla green economy, non mettono in discussione i rapporti di produzione capitalistici ma tentano di renderli compatibili con nuovi ambiti di valorizzazione.
(Capitale e Natura – Parte I – Capitolo 5))
La questione ambientale non è dunque un tema secondario, “culturale”, né un terreno estraneo alla lotta di classe. È, al contrario, uno dei punti in cui oggi la contraddizione capitale-lavoro si manifesta in forma più netta, perché il capitale scarica contemporaneamente sulla natura e sulla forza lavoro i costi della propria crisi e della propria riproduzione. Questa equazione, apparentemente semplice, è invece decisiva: quando il capitalismo entra in difficoltà, intensifica lo sfruttamento del lavoro e l’estrazione delle risorse, accelerando la distruzione delle condizioni stesse che rendono possibile la vita sociale e la riproduzione della forza-lavoro.
In questo senso, la questione ambientale va riportata dentro il conflitto capitale-lavoro: non come tema “aggiuntivo”, ma come parte della stessa dinamica che produce precarietà, desertificazione industriale, ricatto occupazionale, povertà energetica, crisi agricola e sanitaria:
“Si deve quindi dare una prospettiva concreta a tale impostazione politica di classe, collegando la contraddizione capitale-natura anche allo sviluppo delle attuali lotte sociali e del conflitto di classe con un programma di controtendenza partendo dall’oggi.”
(Capitale e Natura – Parte II – Capitolo 6)
Storicamente, anche il movimento operaio e comunista non sempre ha saputo leggere fino in fondo questa dimensione. In varie fasi la questione ambientale è stata considerata limitante rispetto allo sviluppo produttivo, sacrificata sull’altare di una visione “sviluppista”, o trattata come tema borghese, estraneo al cuore del conflitto. In alcuni contesti del socialismo reale, spinti dalla competizione col capitalismo e da condizioni storiche eccezionali, si è arrivati persino a riprodurre modelli simili a quelli capitalistici nei confronti dell’ambiente.
Non possiamo però ignorare, e in questo fare autocritica, e da questa ripartire, che la storia del movimento operaio e dei partiti comunisti, anche in Italia, ha vissuto, con intensità diversa in funzione delle sue fasi, una prevalente disattenzione, in qualche caso avversità, alle questioni ambientali o una incapacità ad affrontarle. Spesso, infatti, quest’ultime sono state “sacrificate” sull’altare di una visione sviluppista, e in qualche caso ritenute limitanti al raggiungimento delle aspirazioni del lavoro.
Nel caso dell’Unione Sovietica e dei paesi del cosiddetto socialismo reale del XX secolo, in alcuni momenti si è andato anche oltre. Eventi storici come la seconda guerra mondiale, l’accelerazione del capitalismo all’industrializzazione prima e al post-fordismo poi, l’inizio del neoliberismo e dell’attuale fase della mondializzazione del capitale, hanno infatti indotto i paesi del socialismo reale a non ritenere prioritaria la salvaguardia della natura, in nome di una concorrenza-competizione con il capitalismo che in alcuni casi ha prodotto paradossalmente la riproposizione di modelli del capitalismo stesso nei confronti dell’ambiente.
(Capitale e natura – Prima parte – Capitolo 1)
Sebbene non esista un tra cambiamento dei rapporti di produzione e ristabilimento del rapporto organico con la natura, non dobbiamo fare l’errore di “buttare il bambino con l’acqua sporca” – dobbiamo cioè riconoscere che mentre da una parte ci troviamo davanti a scelte politiche determinate dalla lotta contingente per la sopravvivenza di un’ipotesi socialista, dall’altra abbiamo un sistema di rapporti di produzione che per definizione non può fare altro che determinare il collasso ambientale.
Per questo riteniamo che chi (anche e soprattutto dicendosi di sinistra e anticapitalista) ha usato la questione ambientale per squalificare le esperienze di socialismo reale abbia nei fatti fornito con la scusa dell’autocritica una potente clava ideologica anticomunista alla controparte, mettendo sullo stesso piano due ipotesi di organizzazione sociale dagli scopi e dagli esiti totalmente divergenti.
Non a caso ricordiamo l’Unione Sovietica degli albori come un laboratorio ecologico senza precedenti (“Il Comunismo è verde”, Salvatore Engel-di Mauro). Scienziati come Vernadsky e Vavilov avevano intuito che solo una pianificazione razionale poteva gestire il metabolismo tra uomo e natura. Il Piano, in questa ottica, non è solo uno strumento economico, ma l’unico modo per sottrarre la natura umana ed extra umana ai ritmi distruttivi dell’accumulazione capitalistica. Mentre il mercato corre verso il baratro, la pianificazione socialista ci permette di decidere cosa, come e per chi produrre, rispettando i tempi di rigenerazione della biosfera.
Consapevoli di questo, lavoriamo quindi per tenere insieme le dimensioni di lavoro e ambiente come due fronti dello stesso conflitto.
Tirare fuori la testa dalla sabbia, ponendoci fin da ora il problema della compatibilità della pianificazione socialista con la salvaguardia delle ricchezze naturali, senza rimandarle e consegnarle ad una “soluzione naturale” e “ovvia” del momento della realizzazione del superamento del Modo di Produzione Capitalista, non è soltanto un esercizio che allena le nostre capacità teoriche, ma è anche di necessaria importanza per comprendere l’attuale e agire in questo, nelle direzione della trasformazione radicale per la prospettiva socialista.
(…) L’attenzione verso la natura non è necessariamente un tema borghese come nel caso di molto ambientalismo già visto nel passato, ma pienamente interno al conflitto capitale-lavoro. Si deve quindi dare una prospettiva concreta a tale impostazione politica di classe, collegando la contraddizione capitale-natura anche allo sviluppo delle attuali lotte sociali e del conflitto di classe con un programma di controtendenza partendo dall’oggi, nel quale va strettamente legato il concetto di sostenibilità ambientale dello sviluppo a quello di progresso sociale, che ponga fin da subito il problema del controllo e della redistribuzione delle ricchezze naturali.
(Capitale e natura – Parte II – Capitolo 6)
Ricomprendere la contraddizione capitale-natura nel conflitto capitale-lavoro significa spiegare perché questi conflitti si ripresentano incessantemente e come possano essere superati solo rompendo i vincoli capitalistici che li generano.
Se la crisi climatica e la crisi del lavoro sono due facce della stessa medaglia, la risposta non può essere una semplice difesa “di settore”, né un ambientalismo astratto: serve una politica di classe capace di unificare ciò che il capitale divide.
Il rapporto tra uomo e natura si ricompone solo quando i lavoratori smettono di essere ingranaggi di una macchina governata dal plusvalore e diventano i soggetti che gestiscono collettivamente il metabolismo tra uomo e natura. È l’idea dietro il concetto di “produttori associati” – coloro che, liberati dal ricatto occupazionale e dal dominio del capitale, possono finalmente governare la produzione in modo razionale, superando la frattura metabolica di cui parla Foster. È in questa gestione collettiva che la salute del lavoratore e l’ambiente smettono di essere in conflitto e diventano lo stesso obiettivo politico.
Il problema del controllo e della redistribuzione delle ricchezze naturali deve essere posto fin da subito come questione politica centrale di una prospettiva socialista.
(Capitale e Natura – Parte II – Capitolo 9)
Abbiamo quindi la necessità di comprendere l’attuale fase e agire dentro di essa, mostrando che le lotte contro la devastazione dei territori, contro l’inquinamento nei quartieri popolari e per la sicurezza sul lavoro non sono “esterne” alla lotta di classe. Il proletariato è il soggetto che subisce sulla propria pelle il duplice attacco del capitale: l’estrazione di plusvalore nel salario e l’espropriazione della salute e dell’ambiente nella vita quotidiana. Ricostruire un punto di vista di classe significa oggi dare voce a questo soggetto unico, capace di unificare la fabbrica e l’ambiente in un solo fronte di controtendenza rivoluzionaria individuando le contraddizioni e i nodi politici centrali, dotandoci di strumenti teorici adeguati a combattere il nemico di classe e immaginare una trasformazione strutturale dei rapporti di produzione e dei rapporti sociali che comprenda una rivoluzione del rapporto tra uomo, scienza e natura.

