Introduzione
A 81 anni dall’esplosione delle bombe nucleari su Hiroshima e Nagasaki, come Ecoresistenze abbiamo visitato Hiroshima per continuare a tenere viva la testimonianza degli orrori derivanti dall’unico utilizzo sul campo della bomba atomica mai effettuato – ad opera degli Stati Uniti, nel 1945.
In un presente in cui la recrudescenza della guerra e una nuova spinta alla proliferazione nucleare stanno rivelando la fragilità del sistema di relazioni internazionali confezionato alla fine della Seconda Guerra Mondiale, questo capitolo oscuro della Storia ci insegna che le conseguenze più gravi della corsa al riarmo e della devastazione del Pianeta riguarderanno la specie umana.
Anche per questo come ambientalisti continueremo a militare per contrastare l’implementazione del nucleare come scelta che il nostro Paese, nel quadro della spinta europea all’indipendenza strategica e al rafforzamento militare, sta portando avanti.
Le cicatrici di Hiroshima a monito perpetuo per tutta l’umanità
L’esplosione della Bomba-A


Alle ore 8.15 del 6 agosto 1945, la prima bomba atomica della storia fu sganciata sulla città di Hiroshima, seguita tre giorni dopo, il 9 agosto, da quella su Nagasaki.
Una bomba atomica agisce in tre modi: il calore, l’urto, la radiazione. Nel caso di Hiroshima, la detonazione di 13-18 kilotoni avvenuta a 600 metri sopra il suolo produsse una palla di fuoco dalla temperatura superficiale di 7.700°C, raggiungendo vicino all’ipocentro fino a 3.000-4.000°C; un’immensa pressione di 11 tonnellate al metro quadro a 500 m dall’ipocentro; una massiccia dose di radiazione iniziale, seguita da quella “residua” che si depositò nel suolo.

Tutti e tre provocarono conseguenze immediate sconvolgenti: la pelle umana fu bruciata fino a 3.5 km dall’ipocentro, ma nelle persone distanti fino a 1.2 km le ustioni arrivarono alla carne, provocando morte istantanea o dopo qualche giorno di agonia; l’onda d’urto non causò solo il collasso di moltissime strutture, intrappolando le persone tra le macerie e investendole di schegge, ma fu così forte da sollevarle in aria, farle svenire o schiacciarle a morte.




Anche piante e animali furono coinvolti: la vegetazione della città fu istantaneamente ridotta in cenere e solo lo sforzo tra il 1957 e il 1958 (in cui altri municipi e prefetture giapponesi, ma anche organizzazioni e singoli donarono piante e semi alla città) permise di riforestarla.

Ma le conseguenze più drammatiche e permanenti derivarono dalle radiazioni.
I danni da radiazioni
Hiroshima e Nagasaki sono stati gli unici casi in cui si siano potuti verificare gli effetti dell’esposizioni a dosi così massicce di radiazione su un essere umano. La cosiddetta “radiazione iniziale” sprigionata con l’esplosione sotto forma di raggi gamma e neutronici, impose una dose di 4.200 millisievert di sola radiazione gamma per ogni persona non schermata, entro 1 km dall’ipocentro.
Questa energia era sufficiente ad uccidere istantaneamente chi si trovasse nei pressi dell’ipocentro, ma chi non morì sul colpo patì sofferenze mai conosciute prima. Dopo i primi sintomi (debolezza, nausea, febbre, diarrea) si manifestarono gli effetti acuti dell’avvelenamento da radiazioni, come la perdita dei capelli, la comparsa di macchie di sangue sottocutanee (rinominate “macchie della morte”), emorragie nel tratto di bocca ed esofago e la distruzione massiccia dei globuli bianchi – oltre a disturbi permanenti all’apparato riproduttivo. Infatti l’impatto più significativo delle radiazioni si manifesta immediatamente sui tessuti contenenti cellule che si dividono rapidamente: midollo osseo, nodi linfatici, mucose dell’apparato gastrointestinale, genitali e bulbi piliferi.
Dopo il bombardamento, la “radiazione residua” indotta negli oggetti ed edifici o ricaduta al suolo colpì anche chi, pur non esposto direttamente, si recò successivamente ad Hiroshima. La pioggia di fuliggine radioattiva nera e appiccicosa che cadde a seguito dell’esplosione è un esempio di nuclear fallout, ed è diventata simbolica della pervasività delle conseguenze di un simile disastro. Poco dopo l’esplosione gli abitanti di Hiroshima, sconvolti, assetati e bruciati dagli incendi la bevvero, contribuendo ad amplificare l’avvelenamento da radiazioni.


Tumori, leucemia ed altre malattie e disturbi hanno continuato a manifestarsi anche ad anni o decenni di distanza. Ancora oggi, la comprensione degli effetti a lungo termine di questa esposizione non è completa, e tante sono le questioni oggetto di studio. Non è un caso che sia nato proprio qui l’Istituto di Ricerca per la Biologia delle Radiazioni e per la Medicina, fondato nel 1958 come Istituto per la Ricerca sulle Radiazioni Nucleari – uno dei maggiori istituti universitari di ricerca in questo campo presenti in Giappone. Conduce l’analisi epidemiologica concernente i colpiti dalla bomba atomica, oltre che lo sviluppo di trattamenti per curare i danni da radiazioni e la ricerca in medicina rigenerativa per la sindrome da radiazione acuta (ARS).

Gli Hibakusha – sopravvissuti ma non illesi
Entro la fine del 1945 erano morte approssimativamente 140 000 persone, ma gli effetti della bomba atomica si sono protratti per i decenni a venire.


Le difficoltà e le sofferenze sopportate dai colpiti dalla bomba atomica negli anni a venire furono immense, sia dal punto di vista fisico che psicologico ed emotivo. Molti sopravvissuti si trovarono a fronteggiare la mancanza di conoscenza delle malattie insorte, e la discriminazione derivante dalla credenza errata che quelle malattie fossero contagiose. Anche chi riusciva a trovare un lavoro era spesso malvisto: “la malattia dei fannulloni” chiamavano in maniera sprezzante la continua stanchezza propria di molti colpiti dalle radiazioni.
Tanti altri non sopravvissero a lungo. Uno dei casi più noti è quello di Sadako, una bambina che al tempo del bombardamento aveva appena 2 anni. Visse serenamente fino ai 9 anni, quando sviluppò una leucemia acuta. Il museo conserva tante delle gru di carta che piegò durante la malattia, e la sua vicenda ha ispirato la costruzione del Monumento per la Pace dei Bambini, in ricordo di tutti i bambini uccisi dalla bomba atomica. Tutt’oggi il monumento è cricondato dagli origami donati dai bambini in visita.




Un appello continuo alla pace
La città di Hiroshima è completamente permeata di riferimenti al disastro nucleare, monumenti memoriali e messaggi di Pace. Il Parco Memoriale della Pace, che si articola nei pressi dell’ipocentro dell’esplosione, è quello che ne contiene la maggior parte.








In particolare, il Museo della Pace raccoglie la maggior parte dei reperti relativi al bombardamento, oltre che ripercorrere la storia dello sviluppo e dell’ultilizzo della bomba atomica, e dei trattati internazionali per la non proliferazione dalla Guerra Fredda ad oggi.
Un’iscrizione iniziale recita:
“Una singola bomba atomica ha ucciso indiscriminatamente decine di migliaia di persone, distruggendo in profondità ed alterando le vite dei sopravvissuti. Tramite gli oggetti lasciati dalle vittime, artefatti bombardati, testimonianze dai sopravvissuti alla bomba atomica e materiali correlati, il Museo Memoriale della Pace comunica al mondo gli orrori e la natura inumana delle armi nucleari e diffonde il messaggio: mai più altre Hiroshima.”
Sono reperti che convogliano un enorme carico emotivo, simile per molti alla sensazione che si trova nel visitare gli ex campi di sterminio nazisti. L’utilizzo delle armi atomiche è ed è stato un crimine contro l’umanità, e sono migliaia le storie che, nel museo, lo testimoniano.


Il Museo della Pace non riporta tuttavia soltanto testimonianze di vittime e sopravvissuti, ma anche una meticolosa disamina della storia relativa alla bomba atomica – inclusi l’invenzione, gli utilizzi, gli sviluppi successivi alla guerra ed i trattati sulle armi nucleari in vigore fino ad oggi.
Il ruolo degli scienziati
Particolarmente rilevanti i documenti storici che ricostruiscono le “ragioni” e la pianificazione dello sganciamento della bomba, oltre che quelli che testimoniano il ruolo degli scienziati che hanno contribuito non solo ad idearla, ma a consigliarne l’utilizzo ed a studiare la massimizzazione del suo impatto.
Nel luglio 1941, il comitato MAUD convocato dal governo britannico fu il primo a stabilire la fattibilità della bomba atomica. Quello stesso novembre, l’Accademia Nazionale delle Scienze Statunitense stimò che questo tipo di arma sarebbe stato realizzabile in 3-4 anni.
Inizia qui la storia dello sviluppo della bomba atomica, con il Progetto Manhattan lanciato nel giugno 1942 ai laboratori di Los Alamos: uno sforzo costato 2 miliardi di dollari che coinvolse militari, industriali di tutta la Nazione e scienziati – questi ultimi soprattutto stranieri. Particolare importanza ebbe infatti “l’importazione” di fisici europei in fuga dal nazismo[1], tra cui Albert Einstein, Hans Bethe, John von Neumann, Leo Szilard, James Franck, Edward Teller, Rudolf Peierls, Klaus Fuchs, Enrico Fermi.
La bomba fu testata con successo per la prima volta il 16 luglio 1945 nel deserto di Los Alamos (Trinity Test).
L’idea di utilizzare la bomba atomica contro il Giappone prese forma nel corso del suo sviluppo, anche in contemporanea all’apertura del fronte della Guerra nel Pacifico. Rispetto alle altre opzioni sul campo, questa fu privilegiata a causa della convinzione che terminare la guerra con un bombardamento atomico prima che l’Unione Sovietica potesse dichiarare guerra al Giappone avrebbe di molto ridotto l’influenza dell’URSS sull’Isola dopo la guerra, oltre che giustificato agli occhi dei cittadini statunitensi l’altissimo costo per il suo sviluppo.
Fu in questo quadro che gli Stati Uniti iniziarono a valutare, dalla primavera del 1945, i possibili bersagli: aree urbane con un diametro di almeno 4.8 km ed una topografia adatta ad amplificare gli effetti della deflagrazione. Il Comitato ad Interim per la selezione del bersaglio stabilì inequivocabilmente che dovesse trattarsi di un’area abitata e prese in considerazione Kyoto, Hiroshima, Yokohama, Kokura, Niigata e Nagasaki, consigliato tra gli altri da Fermi, Oppenheimer, Compton e Lawrence.
Altri furono più tiepidi, e il “Rapporto Franck” (firmato per l’appunto da James Franck, Donald J. Hughes, James J. Nickson, Eugene Rabinowitch, Glenn T. SeaborgJoyce, C. Stearns e Leó Szilárd) sconsigliò l’utilizzo della bomba nucleare sul Giappone senza preventivo avvertimento – sostenendo che questa mossa avrebbe sacrificato il supporto pubblico mondiale, precipitato la corsa agli armamenti, pregiudicato la possibilità di accordi internazionali sul futuro controllo di armi di questo tipo. Per contro, il suggerimento fu di rivelare al mondo l’esistenza di quest’arma tramite dimostrazione su aree non abitate.
Anche in questo caso, non venne messa in discussione la necessità che tali armi fossero prodotte e detenute, soprattutto per quanto riguarda gli Stati Uniti.

Solo l’orrore delle conseguenze dello sganciamento delle bombe su Hiroshima e Nagasaki, la cui pianificazione degli effetti fu così freddamente pianificata, sembrò “aprire gli occhi” a molti scienziati, che negli anni successivi si spesero per il disarmo nucleare. Una prima base fu il manifesto di Russel-Einstein del 1955 che, a seguito della messa a punto della bomba a Idrogeno, spronava il resto della comunità scientifica a mobilitarsi contro la realizzazione e l’utilizzo delle armi di distruzione di massa.
Intervista a Tomohiro Inagaki
Proprio da questo documento traggono ispirazione le Pugwash Conferences on Sciences and World Affairs, appuntamenti organizzati da scienziati dediti a promuovere approfondimento e argomentazioni sulla minaccia posta all’umanità dalle armi nucleari ed altre armi di distruzione di massa.
Ed è a Hiroshima stessa che abbiamo avuto la possibilità di incontrare il referente giapponese del Pugwash: Tomohiro Inagaki, fisico delle particelle, Deputy director presso l’Education and Research Center for Artificial Intelligence and Data Innovation e professore presso l’Information Media Center dell’Università di Hiroshima – un incontro che all’importante valenza simbolica ha aggiunto contenuti che ben fanno da ponte tra il passato e il presente di una città e più in generale di una nazione che hanno sperimentato il dramma della bomba atomica.
La sua storia è un esempio di come, pur se nipote di un hibakusha e studente di fisica, la memoria e la coscienza non sono scontate, ma possono essere recuperate, coltivate e trasformate in azione.

Quando ero bambino, mio nonno era un hibakusha, cioè un sopravvissuto al bombardamento atomico.
In Giappone usiamo solitamente la parola hibakusha piuttosto che semplicemente “sopravvissuto”. Queste persone sono sopravvissute al bombardamento, ma hanno continuato a soffrirne le conseguenze per tutta la vita. La loro esperienza non si è conclusa nel momento in cui sono sopravvissute all’esplosione.
Da bambino ascoltavo spesso i racconti di mio nonno. Tuttavia, non gli piaceva parlare nei dettagli di ciò che era accaduto. Mi diceva soltanto che, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, la vita era estremamente difficile.
Quando ero molto giovane, mi interessavo alla gravità e alla cosmologia. In seguito, durante il liceo, sviluppai un interesse per la fisica delle particelle, in particolare per i quark. Dopo essere entrato all’Università di Hiroshima, scoprii che diversi fisici stavano studiando gli effetti a lungo termine dei materiali radioattivi e cercavano di comprendere meglio ciò che era accaduto il 6 agosto 1945.
A quel tempo non riflettevo su queste questioni come fisico. Piuttosto, mi consideravo uno studente dell’Università di Hiroshima che riteneva importante comprendere l’eredità del bombardamento atomico e riflettere su come l’esperienza di Hiroshima potesse contribuire a ridurre il rischio delle armi nucleari nel mondo. Tuttavia, non ero personalmente coinvolto in queste attività.
Dopo aver completato il mio dottorato di ricerca, le cose cambiarono gradualmente.
Nel 1995 si tenne a Hiroshima la conferenza annuale del Movimento Pugwash. Quello stesso anno ottenni il dottorato. Il mio relatore era uno degli organizzatori della conferenza e lo vidi impegnarsi per ottenere finanziamenti e coordinare l’evento. Dieci anni dopo, nel 2005, ero ricercatore presso l’Università di Hiroshima e il mio relatore era diventato rettore dell’università. Organizzò un’altra Conferenza Pugwash a Hiroshima. In seguito mi disse che desiderava che gli scienziati più giovani proseguissero questo lavoro, ed è allora che iniziai a prendere seriamente queste attività.
Un interesse che negli anni non si è rivolto solo a Hiroshima, ma progressivamente al resto del Giappone e al mondo. Recentemente, il prof. Inagaki ha visitato l’isola di Okinawa, in occasione del Giorno Memoriale dedicato a una pagina della storia giapponese meno nota di quella di Hiroshima e Nagasaki, ma maggiormente rivelatrice delle dinamiche che seguirono la Seconda Guerra Mondiale.
Verso la fine della guerra, tra il 1944 e il 1945, l’esercito degli Stati Uniti avanzò attraverso il Pacifico partendo da luoghi come le Filippine, conquistando un’isola dopo l’altra fino a raggiungere Okinawa.
La Battaglia di Okinawa fu devastante. Circa il 25% della popolazione civile venne ucciso, compresi molti studenti. Ancora oggi è considerata una delle più grandi tragedie della storia di Okinawa.
Successivamente arrivarono i bombardamenti atomici di Hiroshima, il 6 agosto, e di Nagasaki, il 9 agosto. Ma prima di questi eventi, il 23 giugno, l’esercito giapponese aveva già abbandonato Okinawa. Quella data è ancora oggi commemorata come il Giorno della Memoria di Okinawa.
In effetti, ero a Okinawa proprio la scorsa settimana per tenere una conferenza magistrale su come Okinawa possa continuare a trasmettere al mondo il suo messaggio di pace. Dopo la guerra, molti abitanti di Okinawa persero le loro case perché gli Stati Uniti costruirono basi militari in tutta l’isola.
All’epoca, Okinawa era estremamente importante al livello strategico. L’Unione Sovietica era vicina, la Cina era vicina e il Giappone stesso era un alleato fondamentale degli Stati Uniti nell’Asia orientale.
Per la sua posizione geografica, Okinawa divenne una delle più importanti basi militari statunitensi nel Pacifico. A partire dagli anni Cinquanta vi furono schierate grandi quantità di armi nucleari. Al culmine della Guerra Fredda, circa 1.300 armi nucleari erano dispiegate nell’intera regione del Pacifico. Okinawa da sola ospitava la concentrazione più elevata.

Ufficialmente, tutte le armi nucleari furono rimosse prima della restituzione del 1972.” Eppure “Circa il 70% di tutte le installazioni militari statunitensi presenti in Giappone è ancora concentrato a Okinawa.”
E le testate nucleari?
“Non è chiaro dove siano state trasferite esattamente. Alcune probabilmente furono spostate in luoghi come Guam o le Filippine, ma i documenti pubblici non specificano ogni singolo trasferimento.
Ad oggi
pur credendo che non vi siano armi nucleari permanentemente stazionate a Okinawa, non possiamo verificare in modo indipendente ciò che potrebbe essere trasportato dai mezzi militari in visita
non esiste alcun modo per ispezionare le navi, i sottomarini o le altre unità militari americane.
Si tratta insomma di una storia che racconta, come quella dello sganciamento delle bombe atomiche, quali siano stati i mezzi impiegati dal secondo dopoguerra in poi dagli Stati Uniti per affermare la propria egemonia – un’egemonia che sembrava avesse avuto il suo apice con il crollo dell’Unione Sovietica, ma che oggi è profondamente in crisi.
Ed è proprio questa crisi a spingere l’Occidente ed i suoi alleati politici e militari al riarmo – il Giappone non fa eccezione:
C’è una forte pressione da parte degli Stati Uniti affinché il Giappone aumenti il proprio bilancio militare, e il governo giapponese ha deciso di ampliare la spesa per la difesa.
Il governo sostiene che ciò sia necessario per proteggere il Giappone e che non abbia finalità offensive. Ma la domanda è: chi può distinguere chiaramente tra difesa e offesa?
Le stesse strutture e gli stessi sistemi militari possono essere utilizzati per entrambi gli scopi.
In particolare, rispetto alla “deterrenza nucleare”, l’argomento più in voga per sostenere la produzione delle armi atomiche e la loro proliferazione:
La deterrenza nucleare funziona attraverso un ciclo continuo: un Paese aumenta le proprie capacità militari e un altro Paese risponde aumentando a sua volta le proprie. Questo porta a una corsa agli armamenti senza fine.
De-escalation. Naturalmente, questo è molto difficile. Molte persone non credono che il dialogo possa risolvere gravi conflitti internazionali. Ma io credo che dovremmo continuare a impegnarci per creare le condizioni affinché ciò sia possibile.
Condividiamo l’impegno del prof. Inagaka e di tanti altri perché questo tipo di coscienza si continui a sviluppare anche negli ambienti accademici e della ricerca, il cui ruolo è tutt’altro che neutrale – contrariamente a quanto il liberismo continui a propagandare.
Una scia di morti e devastazione che attraversa il passato e minaccia il presente
Che tutte le anime qui riposino in pace; perché non si ripeta il male.
Questa l’iscrizione che reca il Cenotafio di Hiroshima per le vittime della bomba atomica.
Una frase esemplificativa di un grande non detto che aleggia su tutti i memoriali e in tutti i discorsi: l’utilizzo della bomba atomica è stato un crimine contro l’umanità – crimine per il quale nessuno ha mai pagato e per cui nessuna scusa è mai pervenuta ai familiari e ai sopravvissuti. Un crimine che si è protratto anche nei decenni successivi, continuando a mietere silenziosamente vittime tramite le centinaia di test nucleari che sono stati effettuati in tutto il mondo.


Oltre 500 sono quelli registrati fino al 1980, con la dispersione di materiali altamente nocivi in ampie aree del Pianeta, con effetti devastanti su tutti coloro che furono esposti (chi abitava in prossimità dei siti, soldati coinvolti nei test) e, ovviamente, sull’ambiente.
È il caso dei test nucleari come quelli portati avanti nel Nevada Test Site dal 1951 in poi, i cui residui radioattivi che si sparsero nelle aree circostanti (ed in alcuni casi a centinaia di chilometri di distanza, raggiungendo Utah e Arizona) esposero almeno 170.000 persone, provocando un innalzamento delle morti per leucemia e cancro.
Nonostante il primo Trattato di Non Proliferazione sottoscritto nel 1970 e tutte le sue estensioni e divieti di test che sono stati sottoscritti negli anni successivi, la crisi delle istituzioni e dei trattati internazionali frutto degli equilibri post-bellici ha coinvolto anche questo ambito.
Oggi il CTBT (Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty) del 1996 è in stallo, e tutti gli accordi sono indeboliti dalle progressive prese di posizione belliciste di un Occidente che ha fondato l’attuale quadro normativo internazionale a proprio vantaggio e che oggi sempre a proprio vantaggio lo rifiuta.

[1] https://ahf.nuclearmuseum.org/scientist-refugees-and-manhattan-project/
