DALLA FINTA TRANSIZIONE ECOLOGICA ALLA VERA TRANSIZIONE BELLICA: L’OCCIDENTE DICHIARA GUERRA ALL’AMBIENTE!

Una proposta di discussione per l’azione

La fase storica che stiamo attraversando non è una crisi congiunturale né una semplice somma di emergenze. È una crisi strutturale del modo di produzione capitalistico, che investe simultaneamente il piano economico, sociale, militare e ambientale. Una crisi segnata da un’accentuata aggressività occidentale, che determina la tendenza al conflitto economico sempre più apertamente bellico.

Le contraddizioni che oggi esplodono non sono incidenti, ma l’espressione matura di limiti interni al modello di sviluppo capitalistico, che si manifestano con crescente violenza sui territori, sulle condizioni di lavoro, di vita e sull’equilibrio ecologico del pianeta.La corsa al riarmo e il proliferare dei teatri di guerra sta compromettendo gravemente il quadro ambientale, arrivando ad incidere fino al 7% delle emissioni globali.

Le ultime vicende (dal rapimento di Maduro in Venezuela all’attacco israelo-statunitense all’Iran) mostrano l’utilizzo della guerra non solo come strumento di riaffermazione di un’egemonia statunitense al tramonto, ma anche per “sbloccare” l’attuale condizione di distribuzione delle risorse. Parliamo in questo caso di risorse fossili, ma anche di terre rare e acqua dolce.Siamo insomma di fronte al precipitato di contraddizioni accumulate da un sistema insostenibile, fondato sul profitto, incapace di gestire gli effetti sociali e ambientali di uno sviluppo irrazionale, rendendo evidente la contraddizione tra sviluppo delle forze produttive e rapporti sociali, ovvero tra ciò che si potrebbe fare e ciò che viene fatto.

È in questo quadro che si realizza una frattura metabolica “Umanità-Natura”, più precisamente “società capitalista-pianeta terra”, non come fattore esterno o incidente storico, ma come vincolo oggettivo e definitivo per un sistema fondato sulla crescita illimitata in un pianeta finito. La finitezza delle risorse – fossili, minerarie, idriche e agricole – entra in contraddizione diretta con un modo di produzione che necessita di un’espansione continua della produzione e dei consumi.

Di fronte a questa crisi complessiva nel nostro continente l’Unione Europea, sull’onda di consenso delle oceaniche mobilitazioni ambientaliste, nel 2019 ha lanciato il programma “Green Deal europeo” che, a fronte di tante, inconsistenti promesse sugli obbiettivi della neutralità climatica, tentando il rilancio economico attraverso il volano di una cosiddetta “Green Economy” che nulla aveva di green, ma che veniva piuttosto sfruttata (come nel caso della tassonomia europea) come paravento per legittimare le scelte politiche della locomotiva franco-tedesca. Il Green Deal veniva presentato come nuova strategia di sviluppo e come strumento di competizione intra-capitalistica, fondato su un mix di elettrificazione, “greening” della finanza e su una ristrutturazione produttiva affidata ai grandi gruppi industriali e finanziari. L’operazione cercava di trasformare la crisi climatica in una nuova occasione di profitto, lasciando la transizione nelle mani del mercato e delle multinazionali. Il risultato è stato un’accelerazione delle disuguaglianze, della speculazione e della devastazione dei territori.Questa illusione oggi si è definitivamente infranta.

La competizione economica si è progressivamente trasformata in competizione bellica, accompagnata da politiche protezionistiche, frammentazione del mercato globale e riarmo generalizzato. In questo contesto, l’Unione Europea ha convintamente imboccato la strada del keynesismo militare in cui la guerra e l’industria bellica diventano il principale motore della crescita, e relegando la narrazione sulla sostenibilità a momenti convenienti. Infatti, la Green Economy non scompare, ma viene mantenuta come testa d’ariete ideologica per legittimare processi accelerati di ristrutturazione, si veda ad esempio la questione energetica che, tra pantano ucraino ed il boomerang dell’aggressione all’Iran, ha posto le basi del RePowerEU e il rilancio del nucleare, con un’inquietante funzione dual use.

Così come i processi di consumo del suolo, di terra agricola o edificabile, nella città da spremere per la valorizzazione economica, dove i fondi di investimento allungano le mani dietro la retoricadella “rigenerazione urbana”, fino alle grandi opere e le infrastrutture considerate strategiche e spesso funzionali alla logistica militare. Oppure, all’agricoltura, il cibo, ridotto a merce sottomessa alle esigenze della grande distribuzione e della sovrapproduzione, con un modello agricolo fondato sull’omologazione delle coltivazioni, sulla riduzione della diversità genetica e sulla subordinazione dei territori e del lavoro alle catene globali del valore, dove le nuove Tecniche di Evoluzione Assistita (TEA), presentate come soluzioni “naturali” e innovative, riproducono e aggravano le stesse dinamiche già viste con gli OGM, aprendo la strada a profitti enormi per le multinazionali dell’agrotech e a un ulteriore attacco alla biodiversità e alla sovranità alimentare.

L’approccio cerchiobottista di cercare una convivenza impossibile tra un indirizzo politico-economico strutturalmente ecocida e la tutela dell’ambiente ha prodotto un proliferare di conferenze, summit e forum internazionali sempre più duramente contestate, come recentemente accaduto anche in occasione della COP30 di Belém, per ipocrisia, arretratezza delle sintesi che raggiungono e l’inefficacia nel perseguire gli obiettivi.

A fronte di una crescente sensibilità mondiale, bisogna però registrare che alle nostre latitudini il baratro ecologico e gli effetti del cambiamento climatico vengano ancora affrontati come ambiti separati, “battaglie specifiche”, estranee alle dinamiche complessive del mondo in cui viviamo.

Vogliamo dunque lavorare alla costruzione di un momento nazionale di riflessione e dibattito per indagare la radice del problema, dare un nome ai responsabili e rifiutare le strumentalizzazioni, con l’obbiettivo di mettere in campo un’organizzazione e una pratica politica capace di leggere la crisi ecologica come terreno decisivo dello scontro di classe e attrezzarsi di conseguenza.

Su queste basi, apriamo l’invito a singoli, realtà organizzate e movimenti consapevoli dell’urgenza di agire per fermare la deriva ecocida in corso.